Oscar 2011, gli sconfitti

di Pietro Ferraro Commenta

Oscar 2011, fumata bianca in quel di Los Angeles, eletti i migliori artisti e tecnici del mondo del cinema e archiviata anche l’ottantatreesima edizione degli Academy Awards con Il discorso del re che come da pronostici sfrutta il piccolo vantaggio sull’unico suo avversario nella corsa all’ambita statuetta, il biografico The Social Network di David Fincher, vincendo nell’affollatissima categoria miglior film dell’anno, aggiungendo al prestigioso carnet come da copione anche la miglior regia (Tom Hooper), attore protagonista (Colin Firth) e sceneggiatura originale (David Seidler).

Se dovessimo stilare un’ideale classifica degli sconfitti di questa edizione, tra questi c’è senza dubbio The Social Network che alla fine su sette nomination ne imbecca solo tre di cui un paio diciamo minori, oltre alla miglior sceneggiatura non originale scritta a quattro mani da Aaron Sorkin e Ben Mezrich tratta dal libro The Accidental Billionaires di Mezrich,  Fincher si deve accontentare delle categorie miglior colonna sonora e miglior montaggio, purtroppo come si sa agli Oscar non vi è podio, quindi nonostante il prestigio di una o più nomination accumulate, per chi punta alto come la pellicola di Fincher o si vince o si resta al palo.

Altra coppia da Oscar con la più alta e pesante quota di mancate statuette di questa edizione sono senza dubbio i fratelli Coen, il loro remake-western Il grinta candidato in ben dieci categorie, secondo in nomination solo a Il discorso del re con dodici, non porta a casa praticamente nulla, neanche nelle categorie tecniche come fotografia, sonoro, costumi e scenografie, insomma senza alcun dubbio la coppia è tra gli sconfitti dell’anno, se mai dovessimo stilare una rosa di candidati in questa virtualissima categoria.

Altro grande sconfitto di quest’anno,  ci sembra inutile appellarsi ai quattro premi tecnici raccimolati, è senza dubbio il re dei botteghini Christopher Nolan che con oltre ottocento milioni di dollari rastrellati ai botteghini con la sua corazzata Inception uno dei film più amati dal pubblico lo scorso anno, dopo essere stato letteralmente snobbato dall’Academy con l’esclusione dalla cinquina dei migliori registi, anche il suo protagonista Leonardo DiCaprio non è stato nominato, non riesce a centrare nessuna delle categorie più ambite tra cui quella per la miglior sceneggiatura originale, andata anche questa a Il discorso del re di Hooper, che lo vedeva per l’occasione cimentarsi per la prima volta con un copione realizzato in solitaria.

Per quanto riguarda le migliori performance maschili nessun reale sconfitto vista la oltremodo scontata ed annunciata vittoria di Colin Firth per il suo principe Albert ne Il discorso del re, che dopo il Golden Globe al migliore attore drammatico chiude in bellezza un periodo artistico in entusiasmante crescendo, idem per la  prevedibile statuetta assegnata al camaleontico non protagonista Christian Bale, che nei panni dell’ex-pugile tossicodipendente Dicky Ecklund in The Fighter sbaraglia una concorrenza ben poco insidiosa e che forse vedeva solo nel veterano Geoffrey Rush l’unico in grado di creargli un minimo di pensiero.

E’ invece sul versante femminile che si registra una doppia sconfitta, oltre ad un’intensa Nicole Kidman madre in lutto in Rabbit Hole, è una delle favorite Annette Bening a non bissare dopo il Golden Globe come miglior attrice comedy per I ragazzi stanno bene lasciando che a farlo sia l’altra favorita, l’inquietante e sorprendente Natalie Portman tormentata prima ballerina nel thriller-psicologico di Darren Aronofsky Il Cigno Nero, che si accaparra la sua prima e meritatissima statuetta come miglior attrice protagonista, mentre sempre sul fronte performance femminili nella categoria miglior attrice non protagonista anche Melissa di Leo, manipolatrice ed egocentrica matriarca in The Fighter, batte senza problemi la concorrenza, impensierita in dirittura d’arrivo solamente dall’altra veterana di questa edizione l’australiana Jacki Weaver, altra matriarca, ma stavolta da crime nell’indipendente Animal Kingdom.

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