Recensione: Umberto D.

di Pietro Ferraro 3

Umberto Domenico Ferrari,  pensionato, ha lavorato per trent’anni al Ministero dei Lavori Pubblici, un impiegato modello, discreto e ligio al dovere, ma purtroppo la sua tranquilla  vita di pensionato si scontra con una minaccia di sfratto ed una sensazione di deriva che lo porterà a pensieri suicidi. Sarà il suo fedele compagno Flaik, un cagnolino, a ridestare in lui la voglia di vivere e la speranza, se non in una vita migliore, almeno in un ottimismo che consenta di affrontare le storture quotidiane giorno per giorno.

Il neorealismo italiano rappresenta, per molti critici e per chi sta scrivendo, l’apice artistico del cinema italiano, un periodo fervido di piccoli grandi palpitanti capolavori, giudicati estremi da molti all’epoca, per il loro linguaggio duro e senza filtri.

Pellicole popolate da attori non professionisti e future star, che pescavano nell’intimo bisogno dei registi dell’epoca di raccontare il presente, la strada e la gente comune, dimostrando come la semplicità di trame all’apparenza esili e inconsistenti nascondessero in realtà intricate e coinvolgenti storie di vita vissuta.

Dopo Ladri di biciclette, all’epoca criticato per la sua visione troppo cruda e realistica del quotidiano, ecco Umberto D., film che Vittorio De Sica dedica al padre e in cui ci racconta le vicissitudini, mai così attuali, di un pensionato  che circondato da indifferenza e solitudine si avvicina al baratro della disperazione, incapace di reagire al mondo cinico e menefreghista che lo circonda che ne cancella lentamente e inesorabilmente i contorni rendendolo praticamente un Invisibile.

anche Umberto D., pagò  il coraggio della sincerità e venne poco apprezzato all’epoca dell’uscita, era il 1952, Roma e la sua gente sono la cornice di questo capolavoro, che attraverso lo sguardo di una vecchiaia indifesa ci mostra una gamma di sentimenti e rapporti, durante la pellicola vediamo l’anziano protagonista alla ricerca di un pò di soldi per pagare l’affitto e non finire in mezzo alla strada,  che delineano un sentiero di frustrazione e delusione in cui lentamente l’anziano pensionato s’incammina.

Flaik, il cagnolino che Umberto non riesce più a sfamare  e Maria, la domestica che abita nella sua casa sono le uniche forme di affetto con cui il protagonista viene a contatto durante tutto il film, la sua vita sembra ormai segnata da un lenta e inutile ricerca di scampo ad una quasi certa vita da senzatetto che ogni ora che passa si fa sempre più vicina, ma al termine della visione pur con l’esile messaggio di ottimismo e speranza che De sica ci lascia assaporare negli ultimi minuti, la tristezza per l’anziano protagonista rimane forte e ci segna, ricordandoci che vecchi prima o poi si diventa tutti.

Commenti (3)

  1. Analizzare a scuola questi fatti che vengono da un film reale.
    La vita del maestro é cosí e finisce cosí: amara.
    Mentre ha lavorato sicuramente ha sofferto con gli altri: colleghi, alunni, genitori, ecc.
    La societá é brutta, piú ancora con la maledetta tecnología che cambia la gente per male.
    Il cellulare, un’altro vizzio che non stacca all’individuo come col computer a stare con gli esseri viventi. Ogni giorno sará peggio e ci saranno molti Umberto Domenico Ferrari, il quale sarebbe una felicitá conoscerlo e stare in compagnia con lui

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