
Stephen David Daldry nasce a Dorset (Inghilterra) il 2 Maggio 1961, sposato dal 2001 e con un figlio il regista ha alle spalle una lunga esperienza in teatro come regista e direttore artistico del Royal Court Teather di Londra, ma non solo, oltre ad aver lavorato per la rete televisiva inglese BBC, Daldry è impegnato anche in ambito didattico, infatti è docente di teatro contemporaneo all’università di Oxford.
Nel 1999 il suo primo cortometraggio Eight, ma il successo arriva improvviso e travolgente nel 2000, con l’edificante storia di Billy Elliott ragazzino inglese che contro la volontà del padre e deriso dai compagni studia danza e realizza il suo sogno, è un trionfo, il film riceve tre candidature al premio Oscar e a dodici premi BAFTA, e si aggiudica ben 35 diversi premi in ambito internazionale.
Larry Charles cineasta newyorkese nasce a Brooklin il 20 Febbraio 1956, produttore e sceneggiatore è noto per il suo stile sarcastico e provocatorio, una carriera ventennale lo vede esordire in tv come autore della serie tv musicale Fridays (54 episodi dal 1980 al 1982), poi in veste di produttore esecutivo per la sit-com The Arsenio Hall Show (19 episodi dal 1989 al 1990) e l’esordio alla regia risale al 2003 con la commedia musicale, interpretata da Bob Dylan, ed inedita in Italia Masked and anonymous, il soggetto e la sceneggiatura di questo lungometraggio sono scritti a quattro mani da Dylan e dallo stesso regista, nel cast un Ed Harris irriconoscibile ed una colonna sonora che annovera i nostrani Francesco de Gregori ed Articolo 31.
David fincher è un regista che come i fratelli Ridley e Tony Scott, Michael Mann, ed altri colleghi provenienti dal mondo dei videoclip, ha uno sguardo particolare ed una visione che poco ha a che fare con un certo cinema d’autore che tralascia il contesto estetico e dell’immagine per puntare tutta l’attenzione sulla recitazione, il cinema di Fincher è più incentrato su una visione fisica della pellicola, una lettura visiva che utilizza la fotografia, l’illuminazione e gli effetti visivi per affrescare ogni scena e per curare maniacalmente ogni singola inquadratura, meticolosità figlia di spazi e tempi estremamente ridotti e condensati tipici del mondo della pubblicità e dei videoclip musicali, che dà al lavoro di Fincher un’impronta visiva ben riconoscibile, un peculiare look, il suo Seven ne è un esempio, dark, gotico, ed estremamente inquietante.