Benvenuti al sud, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 9

Il sogno di Alberto (Claudio Bisio), impiegato in un ufficio postale della Brianza è un bel trasferimento in quel di Milano che gli permetta di fare un salto di qualità e lasciare la provincia, così pressato dalla moglie Silvia (Angela Finocchiaro) e spinto da una mancata raccomandazione, Alberto arriva a fingersi disabile pur di guadagnarsi il posto tanto agognato.

Chiaramente l’inghippo con tanto di sedia a rotelle verrà presto alla luce e per lui due possibilità per riparare, un licenziamento in tronco o due anni di esilio nella provincia campana, immaginate il milanesissimo Alberto come prenderà la notizia, per non parlare della moglie che inorridita spedirà il disperato consorte da solo a prendere la direzione di un piccolissimo ufficio postale in un paesino.

Alberto angosciato saluterà la famiglia e indossato tanto per precauzione un giubbotto antiproiettile, partirà sconfortato per la sperduta località designata e dopo un impatto tutt’altro che gradevole, ma senza dubbio più per le sue paure e i pregiudizi che per l’atteggiamento dei locali, il milanese tutto d’un pezzo scoprirà che il tanto vituperato Sud non è sempre come lo si descrive o lo si immagina, scoprendo di persona solo un modo alternativo di affrontare la vita.

Davvero una piacevole sorpresa la sesta prova dietro la macchina da presa del regista napoletano Luca Miniero, di cui ricordiamo il sorprendente Incantesimo napoletano, in cui già allora utilizzava il confronto nord-sud con i crismi della fiaba e un umorismo davvero coinvolgente.

Miniero in questo caso lavora su uno script francese, Benvenuti al sud è il remake della comedy campione d’incassi Benvenuti al nord di e con Dany Boon, e per fortuna mantiene la medesima leggerezza dell’originale, puntando però ad una messinscena corale e cucendola addosso ad un Claudio Bisio che riproponendo qualche maliconconica sfumatura già percepita nell’ottimo Si può fare, lavora in perfetta simbiosi con Angela Finocchiaro e trova un registro di rara armonia con un ritrovato Alessandro Siani, mai così misurato tra reminiscenze del miglior Troisi e una spassosa napoletanità da palcoscenico.

Certamente non manca qualche eccesso tra product placement e ammiccamenti alla fiction da piccolo schermo con uno smussare all’eccesso puntando al film per tutti, ma si tratta di peccati veniali di un’operazione che punta al grande pubblico senza le tipiche volgarità ad oltranza a cui ci hanno abituato i cinepanettoni, e una gradevole levità di fondo già ritrovata nel recente Genitori & figli di Veronesi e con maggior spessore in Mine vaganti di Ozpetek.

Benvenuti al sud è senza dubbio un ottimo esempio di come si possa produrre una commedia all’italiana che ammicchi al passato senza allontanarsi dal presente, grazie alla colonna sonora di Umberto Scipione e ai paesaggi in più di un’occasione si torna con la memoria al Pane, amore e gelosia di Comencini, ad un cinema che fu, fatto di caratteristi e buoni sentimenti, popolare nel senso più positivo del termine.

Uscita nelle sale 1° ottobre 2010

Note di produzione: nel film compare in un cameo l’attore francese Dany Boon regista e interprete dell’originale Giù al nord, allo script ha collaborato Massimo Gaudioso uno degli sceneggiatori di Gomorra, della cricca partenopea l’unica non napoletana è l’incantevole Valentina Lodovisi (La giusta distanza) che in realtà è perugina. Il film di Miniero è stato acquistato dai distributori francesi.

Commenti (9)

  1. Il semplicismo scandaloso del mediocre film di MINIERO, così apprezzato dalla borghese Italietta, pone più di una riflessione sulla deriva subculturale del nostro cinema.
    Anche il linguaggio e la facile ironia su aspetti come la disabilità assume contorni ottocenteschi e diseducativi.
    L’”handicappato” Miniero abusa della sua stupidità a discapito del dizionario e del buon gusto. Con astuto populismo inganna lo spettatore con un titolo edulcorato e mediterraneo che incuriosisce.
    Anche le intenzioni sembrano genuine, ma l’effetto è disarmante e paradossale.
    Lo stereotipo che Luca Stecchino vuole piegare ha invece la meglio e si prende la scena, fino a inquinare anche l’ottimo mare di Villabbate. E’oramai chiaro che i cugini francesi sono stati pagati, e la pigrizia di idee vigliaccamente può inchiodare Sciascia, Bufalino o Brancati.
    Di certo non si chiedeva al mediocre Miniero acribia filologica o rigore storico-letterario, ma un po’ di onestà quella si, giusto il minimo sindacale che si richiede al medio professionista della regia.
    Ma il dado è ormai tratto e non basta più il vigiletto in bicicletta a sanzionare Miniero e la sua pagana scenetta. Il labirinto intrappola il suo Architetto e l’uscita è affidata all’infelice buonismo del duplice pianto dell’anonimo visitatore di Villabbate. L’opposizione di un Bisio con lacrime finte, quasi un atto di ribellione all’astuta trappola del Miniero, non basterà a redimerlo dalla complicità al reato di oltraggio all’intelligenza.

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