The Skeleton Key, recensione

di Pietro Ferraro 5

Caroline Ellis (Kate Hudson) è un’infermiera specializzata nell’assistenza ad anziani e malati terminali, dopo aver lasciato un impiego in una clinica accetta un lavoro a domicilio in Louisiana dove si occuperà di Ben (John Hurt), un anziano allettato incapace di parlare e muoversi autonomamente.

Ben vive con la burbera moglie Violet (Gena Rowlands) ed entrambi occupano una isolata e tetra abitazione nel bel mezzo di una palude, Caroline si accorge da subito che qualcosa di strano aleggia in quel luogo e i modi misteriosi e decisamente strambi della padrona di casa non fanno che alimentarne la curiosità.

La scoperta di una stanza segreta nella soffitta della casa, di alcuni macabri ritrovamenti che hanno tutta l’aria di feticci Voodoo e di uno strano disco su cui è incisa un’inquietante cantilena, la spingeranno ad indagare su Violet e su un incidente occorso a Ben, ma quello che scoprirà la farà sprofondare sempre più in un terrificante incubo ad occhi aperti.

Il regista Iain Softley, nel curriculum l’intenso K-PAX-da un altro mondo e il fantasy Inkheart-La leggenda di cuore d’inchiostro, si trova fra le mani un ottimo script pieno di spunti originali e ambientato in una suggestiva Lousiana e lo mette su schermo con dovizia, utilizzando l’elemento sovrannaturale e le atmosfere tipiche del thriller per sfumare e intensificare un’intrigante trama horror.

Softley non si lascia tentare dal facile effettaccio o dalla canonica sequela di spaventi da teen-horror, ma tratteggia il lato più fascinoso e oscuro della magia rievocando ed omaggiando i toni cupi e ansiogeni di cult come Angel Heart-ascensore per l’inferno coadiuvato da un’ottima e convincente protagonista impegnata praticamente in solitario a sciorinare indizi e frammenti di verità allo spettatore, per accompagnarlo fino all’efficace sequenza finale.

The Skeleton Key rappresenta un prodotto positivamente anomalo nella massa di anonime pellicole horror e splatter che tra grande schermo e home-video ci vengono frequentemente propinate, e anche una buona occasione per rispolverare il thriller sovrannaturale e godersi l’affascinante Loiusiana mai stanca di regalarci location dalle atmosfere dark e dalle esoteriche suggestioni.

Commenti (5)

  1. Il film è molto inquietante, un horror ben costruito. Io non apprezzo questo genere di film, non ho mai capito il vero motivo per cui vedere un film che ti procura solo ansia e inquietudine. In questo caso, però, devo riconoscere che non si tratta di un filmetto pauroso per adolescenti. C’è qualcosa di più in questo film: una trama fitta e lineare che non permette mai allo spettatore di distrarsi, colpi di scena, attori validi e soprattutto l’aspetto stregonesco e misterioso molto avvincente. Lo sconsiglio a tutte le persone particolarmente suggestionabili, come me.

  2. Con il”Giro di vite”finale(cito consapevolmente un grande racconto lungo di Henry James), quasi della grandezza di”The Others”, di buona memoria, il film, con il non detto-non esibito(il mostro migliore è quello che non si vede)si inserisce nella tradizione del fantastico migliore, quello che oggi emerge con Bradbury, con Clive Barker, più raramente con S.King, è, a mio parere, più rappresentativa in letteratura che al cinema, proprio perché il cinema talora banalizza, “mostrando”, magari il”mostro”(gioco di parole inconscio, voluto, evitabile?). Da vedere, magari informandosi un po’,a posteriori, se possibile, su vodoo e hodoo.Anche a questo dovrebbero servire letteratura e cinema, certo

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