L’imperatore di Capri, recensione

di Pietro Ferraro Commenta

loc36Antonio De Fazio (Totò) è un semplice cameriere che lavora in un albergo di Napoli, quando il destino gli gioca un bel tiro, Antonio viene scambiato da un’ospite dell’albergo, l’affascinante Sonia Bulgarov (Yvonne Sanson), per il nobile Bey di Agapur, nientemeno che l’uomo più ricco del mondo.

All’incredulo Antonio non pare vero, finalmente un pò di divertimento e fuga da una noiosa esistenza, cosi accettato un appuntamento con Sonia si ritrova invitato in una lussuosa tenuta a Capri, pronto a godersi nuova identità e relativi e graditissimi effetti collaterali.

Così il cameriere napoletano vive il  suo sogno, corteggiato da bellissime donne nella cornice della splendida Capri, ma le bugie hanno le gambe corte e i sogni per quanto meravigliosi e ad occhi aperti sono sempre destinati a terminare, per Antonio il riveglio è alquanto brusco perchè scoperta la sua vera identità, c’è una bella accusa di truffa ad attenderlo, ma il destino benigno ha ancora un regalo da fargli.

Annata laboriosa il 1949 per Totò, cinque film girati quell’anno, tra questi I pompieri di Viggiù e Totò cerca casa, e L’imperatore di Capri fu uno dei grandi successo annunciati, ma questo film e tutti quelli del successivo decennio incontrarono gli strali della maggioranza dei critici, che all’epoca non lesinavano commenti caustici verso i film di Totò, definendo la comicità dell’attore napoletano banale e da infimo teatro da avanspettacolo.

dopo una meritata e tardiva rivalutazione del suo talento e dalla sua ineguagliabile vis comica, e molti decenni dopo, possiamo sicuramente affermare che alcuni film come appunto L’imperatore di Capri, avevano una sceneggiatura esile e si poggiavano  interamente e unicamente sulla verve di Totò, ma è indubbia l’energia coinvolgente che ancora oggi riescono a trasmettere ad un pubblico mai stanco delle maschera di Antonio De Curtis.

L’imperatore di capri dimostra che anche senza una regia forte e significativa, in questo caso il regista Luigi Comencini si affida completamente all’estro di Totò, e una sceneggiatura degna di questo nome, Totò era e rimane un istrionico e carismatico animale da palcoscenico capace di riempire e plasmare a sua immagine e somiglianza qualsiasi copione, a prescindere dalla sua reale ed effettiva qualità.

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