Le pagine della nostra vita, recensione

di Pietro Ferraro 4

 Nel prologo in una casa di riposo un anziano ospite sta leggendo un diario ad una donna affetta dal morbo di Alzheimer che non ricorda nulla del suo passato tranne una canzone che sembra essere l’unico legame con la sua vita passata.

la donna sembra apprezzare molto il racconto che narra le vicissitudini e la storia d’amore di una coppia vissuta nel North Carolina intorno agli anni ’40, lei Hallie Hamilton (Rachel McAdams) è una ragazza intelligente che ama l’arte, la musica e si appresta a frequentare l’università, lui è Noah Calhoun (Ryan Gosling), un operaio un pò ribelle che durante una festa la corteggia, i due si innamoreranno perdutamente, ma la ricca famiglia di lei farà pesare al ragazzo le sue umili origini e osteggerà la loro storia d’amore separandoli.

Lettere spedite e mai ricevute, lo scoppio della seconda guerra mondiale, la lontananza, nuovi amori all’orizzonte per entrambi, ormai rassegnati nel considerare il loro amore finito, spingeranno i due ragazzi in direzioni opposte, ma un sentimento così forte riesce a superare le barriere del tempo e il destino farà il resto.

Il regista Nick Cassavetes, figlio d’arte, il padre è il grande regista John Cassavetes, la madre l’attrice Gena Rowlands, dopo aver diretto John Q. con Denzel Washington, si cimenta con il romance drammatico adattando per lo schermo un romanzo dello scrittore Nicholas Sparks.

Sparks è un autore spesso tacciato di romanticismo melenso, abile nella confezione di romance strappalacrime, ma Cassavetes riesce a destreggiarsi abbastanza bene  in una marea di stereotipi da melò sentimentale acuendo il lato drammatico dell’opera e reclutando un bel cast, oltre alla madre Gena Rowlands, anche il veterano James Garner e due talentuose nuove leve, Rachel McAdams e Ryan Gosling.

Nonostante in alcuni punti il film non riesca a sfuggire ad una retorica da fotoromanzo rosa tipica del genere, e paghi in attenzione con una pericolosa  dilatazione dei tempi, il film ha una durata consistente dovuta al vasto arco temporale ricoperto dagli eventi, non si può non giudicare buono il risultato finale e l’elegante messinscena che non saranno memorabili, ma sicurante adeguati al genere e al contesto cui si ispirano.

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