Recensione: Il mai nato

di Pietro Ferraro 4

Casey Beldon (Odette Yustman) è profondamente ferita dall’abbandono in tenera età di sua madre, donna instabile e in preda a forti crisi depressive. Il sopraggiungere di strane e inquietanti visioni spaventa e destabilizza Casey, che se all’inizio pensa di scivolare nella pazzia, man mano che le visioni si fanno più concrete e gli indizi riguardanti un bambino fantasma che sembra inviarle degli inquietanti messaggi si concretizzano, la ragazza si convince di essere realmente in pericolo e si mette alla ricerca di indizi.

I pezzi del rompicapo man mano danno forma ad un vero incubo ad occhi aperti, un demone, un Dibbuk nella iconografia della Cabala ebraica, sembra aver infestato il corpo di Casey tramite l’anima inquieta di un gemello mai nato, Oramai le visioni assumono la forza di veri incubi che devastano pesicologicamente la ragazza che scopre  che non solo il demone può passare da un corpo all’altro e vuole usarla come porta d’ingresso per il mondo reale, ma è la conseguenza di una maledizione che affligge la sua famiglia dai tempi della Germania nazista e dei campi di sterminio.

Il rabbino Sendak (Gary Oldman), prima restio a seguire le teorie un pò folli della ragazza, venendo in possesso di un inquietante libro e vittima egli stesso di strani accadimenti e allucinazioni decide di aiutare la ragazza a spezzare la maledizione e a liberarsi del demone…

Michael Bay ha veramente il tocco magico del produttore accorto, sa esattamente cosa funziona e cosa no, e dopo l’efficace Non aprite quella porta e il buon Venerdì 13 stavolta per iI mai nato si fida in tutto e per tutto di uno sceneggiatore e regista, il David S. Goyer autore dei due Batman di Chris Nolan e del Blade 2 di  Guillermo Del Toro, conoscendo appieno il talento di quest’ultimo nel maneggiare narrativamente e visivamente il dark, e Goyer mantiene quasi tutte le promesse sfornando un buon horror a sfondo demoniaco dalla duplice personalità, come i gemelli e gli specchi che costellano tutto il film.

Nella prima parte, sicuramente più debole, il regista abusa un pò dell’effetto shock di alcune visioni della protagonista delineando così anche visivamente un’impronta da teen-horror, nella seconda parte, decisamente migliore, quando entrano in gioco la tradizione ebraica con i suoi demoni e le intriganti leggende a sfondo religioso, il collegamento con i campi di sterminio e gli esperimenti nazisti sui gemelli, il film prende un’identità propria e tra citazioni, rimandi, omaggi e strizzatine d’occhio a tutto l’horror possibile e immaginabile degli ultimi quarant’anni ci accompagna fino ai titoli di coda mai mollando la presa, mai tediando chi guarda con cali di ritmo, e, segno di gran mestiere, con l’innesto furbo di una protagonista bella e convincente e di un veterano del carisma di Gary Oldman che nobilita tutta l’operazione rendendola efficace e godibile.

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