Nine, recensione

di Pietro Ferraro 4

In Italia il regista Guido Contini (Daniel Day-Lewis) in piena crisi creativa ed esistenziale, oppresso da una ridda di emozioni in escalation e da uno zelante produttore che pretende  che tempi e budget vengano rispettati, fugge da set e giornalisti in cerca di un pò di tranquillità.

Si rifugerà in un mondo fra sogno e realtà creato ad hoc per lenire il suo male di vivere e dove il suo bisogno di amore, di passione ed il suo essere artista e uomo, troveranno conforto in un universo al femminile che ne segna, e ha segnato l’esistenza, e in cui forse ritroverà il se stesso perduto.

Cominciamo col fare una premessa, Nine non è un remake americano di Otto e 1/2, capolavoro del grande Federico Fellini, bensi è l’adattamento di un musical liberamente ispirato a sua volta alle suggestioni del film di Fellini, il che rende fisiologico che tra un passaggio e l’altro di Fellini in tutta l’operazione sia rimasto ben poco.

Il regista Rob Marshall quindi si propone di fare un adattamento cinematografico di un grande musical, chi più adatto di lui visto che nel curriculum vanta l’ottimo Chicago, così tra una reminiscenza felliniana e l’altra, Marshall fa il suo dovere e traspone con i suoi tempi ed il suo stile Nine sul grande schermo.

Sfarzoso, inrtigante e a tratti davvero coinvolgente tra suggestive scenografie e un cast davvero notevole, l’universo femminile in questo caso è fascinoso, variegato e provocante quanto basta, numeri musicali ad hoc, però nel film di Marshall si percepisce la mancanza di qualcosa.

Il regista non sembra riuscire ad amalgamare una sceneggiaura che miscela con una certa nochalance fantasia e realtà, e ad applicare la regola che nei grandi musical è il segreto per far combaciare mondi all’apparenza inconciliabili sul palcoscenico, il ritmo, un ritmo che in Nine purtroppo a volte latita e crea uno strano sfasamento tra le varie sequenze, che gli attori se pur molto bravi non riescono a colmare.

Nine rimane così  solo un discreto adattamento dell’originale, che pur mantenendo intatta spettacolarità e fascinazione tipici di questo genere, non coinvolge quanto dovrebbe e potrebbe, restando comunque un’indubbia gioia per gli occhi, visto che il regista sa comunque come trattare il l’immenso immaginario cinemusicale.

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