La passione di Cristo, recensione

di Pietro Ferraro 1

Gesù (Jim Caviziel) dopo l’ultima cena in cui annuncia che un suo apostolo lo tradirà viene arrestato nel Getsemani, dopo che Giuda (Luca Lionello) ricompensato con trenta monete d’argento lo tradisce con un bacio.

All’arresto seguirà un processo sommario in cui Gesù verrà accusato di blasfemia dopo aver affermato di essere il figlio di Dio e condannato a morte tra le lacrime di Giovanni (Hristo Jivkov), la paura di Pietro (Francesco De Vita) e la coscienza rosa dai rimorsi e tormentata dai demoni di Giuda Iscariota, che non riuscendo a restituire le monete d’argento si toglierà la vita impiccandosi nel luogo in cui perpetrò il tradimento.

Il prefetto Ponzio Pilato (Hristo Shopov) dopo aver inviato Gesù alla corte di Re Erode Antipa (Luca De Dominicis) deciderà che sarà il popolo a scegliere se l’uomo debba essere risparmiato o se debba invece essere giustiziato, dando loro la possibilità di scegliere tra il sedicente messia e lo zelota Barabba (Pietro Sarubbi), ma il popolo sconcerterà Pilato, liberando Barabba e chiedendo a gran voce la morte di Gesù.

Alla liberazione di Barabba seguirà la terribile via crucis in cui Gesù assurgera al suo compito di agnello sacrificale, subendo l’atroce e bestiale vendetta del popolo che godrà del suo sangue e della sua sofferenza attraverso lapidazione e tortura, seguite da flagellazione e dissanguamento che avverranno sulla croce dove Gesù spirerà e il segno divino farà il suo corso prima con un terribile terremoto che ammonirà gli stolti sacerdoti e poi con la resurrezione a tre giorni di distanza dalla sua sepoltura che testimonierà al mondo e agli apostoli la natura sovrannaturale del figlio di Dio.

Mel Gibson a quasi dieci anni dal suo possente Braveheart da premio Oscar si cimenta con la Sacra Bibbia narrando le ultime ore di vita di Cristo, allestendo un potente ritratto all’insegna del realistico, dove l’iconografia cristiana si mescola con il cinema di genere e la violenza trascende l’atto toccando vette artistiche di raro spessore.

La passione di Cristo ha senza dubbio la connotazione pulp di generi estremi come l’horror, ma questo suo ostentare è sempre contestuale al racconto e punta a mostrare una serie di accadimenti spesso troppo edulcorati ed avulsi dalla crudeltà di un contesto storico ben noto e che in questo caso arrivano dritti allo stomaco restando ben impressi nella mente dello spettatore a prescindere dal suo essere credente o meno.

Il film possiede una valenza artistica di notevole fattura, alcune sequenze hanno una connotazione pittorica, la scelta dell’aramaico e del latino oltre che coraggiosa permette un’immersività di alto profilo all’interno della vicenda, senza dubbio Gibson punta al lirismo e all’eccesso, ma questo fa della pellicola un raro e controverso oggetto prezioso decisamente scomodo, che può arrrivare ad oltraggiare lo spettatore più sensibile quanto coinvolgere ed affascinare quello più vaccinato.

La passione di Cristo possiede in se tutti i crismi del capolavoro, negarlo sarebbe palesare una faziosità che esula dal contesto cinematografico, penalizzato da una confezione poco accomodante che ne inficia in parte l’universalità di una tematica come quella religiosa spinosa e controversa, capace di donare grande potere, dividere popoli, scatenare guerre, ma che possiede anche l’istintuale capacità di sondare l’animo umano al di là delle convenzioni sociali e di tanto sterile laicismo politicizzato.

Note di produzione: per le location esterne del film è stata scelta la provincia di Matera, il protagonista Jim Caviziel per alcune sequenze della crocifissione è stato sostituito da un manichino animatronico, il film a fronte di un budget di 30 milioni di dollari ne ha incassati worldwide oltre 600.

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