Jumper, recensione

di Redazione 3

L’adolescente David Rice (Hayden Christensen) durante un’accidentale caduta in un lago ghiacciato innesca un fenomeno di teletrasporto latente, che gli fa scoprire di possedere un superpotere degno di un membro degli X-Men che unisce ad un super-velocità la capacità con un unico balzo di coprire migliaia di chilometri trasformandolo di fatto in uno Jumper.

Naturalmente il giovane Rice non conosce il motto …da un grande potere derivano grandi responsabilità e da buon adolescente incosciente ed egoista sfrutta in maniera disonesta questo immenso dono, spassandosela da un continente all’altro in un batter di ciglio e sottraendo denaro da banche sparse in tutto il mondo godendosi la vita come un giovane milionario.

Quello che David non sa è che esiste un’organizzazione nata per evitare che persone come lui incapaci di gestire il proprio potere creino danni irreparabili e continuino ad abusarne, la società segreta in questione conosciuta come I Paladini e composta da veri e propri cacciatori di Jumper è guidata dallo spietato Roland Cox (Samuel L. Jackson) un vero mastino che ha fatto della caccia al Jumper uno scopo di vita.

Cox inizierà così una forsennata caccia intorno al mondo inseguendo Rice dal Colosseo alle piramidi, scontrandosi come in un ipedinamico videogame col giovane fuggitivo che nel frattempo incontrerà l’amore ed un giovane alleato dotato del suo stesso potere.

Doug Liman noto per aver segnato il debutto su grande schermo della letale spia smemorata Jason Bourne e contribuito con Mr. & Mrs. Smith alla love-story che ha figliato il fenomeno mediatico Brangelina, si cimenta con un racconto di fantascienza dello scrittore Steven Gould reclutando per l’occasione l’Anakin Skywalker della nuova trilogia di Star Wars, il Jamie Bell di Billy Elliot e il veterano Samuel L. Jackson, quest’ultimo ormai punto di riferimento per il cinema di genere nel senso più ampio e variegato del termine.

Jumper se dal punto di vista tecnico risulta davvero ineccepibile, pecca da quello della caratterizzazione dei personaggi che in un periodo come quello dei cinecomic adulti e vaccinati e dei supereroi con superproblemi, punta tutto su action e spettacolo diventando di conseguenza un costoso videogame senz’anima,  dove se per la prima parte ci si diverte a colpi di effetti visivi, nella seconda lasciano il tempo che trovano diventando un mero sfoggio di sfarzosa alta tecnologia e nulla più.

In un decennio in cui Brian Synger, Frank Miller e Zack Snyder hanno traghettato i supereroi in un ambito cinematografico dotato di una consapevole e cercata maturità e anche la tv che con serial come Heroes ha trattato la tematica supereroistica comparandola ai problemi della crescita, dell’adolescenza e delle piena consapevolezza di se, Liman punta senza mezzi termini al giocattolone hi-tech riproponendoci in chiave dilatata le prodezze iperdinamiche delle centellinate e godibili sequenze action del suo Mr. & Mrs. Smith e dimenticandosi che anche un prodotto da piccolo schermo come Smallville raccontando di un Flash alle prime armi, adolescente incapace di gestire il suo potere e sfruttandolo a scopi egoistici, è riuscito in un singolo episodio a regalarci un minimo sindacale di approfondimento.

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