Il diario di una tata, recensione

di Pietro Ferraro 3

Annie Braddock (Scarlett Johansson) è una neolaureata che sta vivendo un momento di difficoltà riguardo la pianificazione del proprio futuro, a causa di una vita sino ad allora scandita da esami e obiettivi ben tangibili e che ora nel cimentarsi con il mondo del lavoro incontra difficoltà non solo nell’integrarsi, ma anche nell’immaginarsi solo parte dell’ingranaggio stesso.

Così dopo alcuni fallimentari colloqui che la gettano nello sconforto il destino decide di mostrare ad Annie una via alternativa e decisamente inaspettata che arriva grazie all’incontro con un ragazzino prima (Niocholas Art) e con la sua ricchissima madre snob (Laura Linney) in seguito, che proporrà alla ragazza in cerca di un minimo sindacale di sicurezza un posto come tata con annesso vitto e alloggio nell’esclusivo Upper East Side.

Annie accetterà il lavoro, ma ben presto scoprirà gioie e dolori di una professione che non è rappresentata solo dal rapporto tutto da costruire con una piccola e ribelle personalità in evoluzione, ma con la stessa madre e padrona di casa afflitta da manie compulsive e un carettere spigoloso con cui scendere a patti diventerà ogni giorno più difficile.

Fortuna vuole che nello stesso palazzo in cui lavora Annie viva anche l’affascinante e naturalmente agiato Hayden (Chris Evans) che dopo averne scoperto la genuinità inizierà a fargli una corte serrata e ai problemi quotidiani di Annie si aggiungerà anche un’infatuazione che per quanto coinvolgente sembra per manifeste complicazioni non avere alcun futuro.

La coppia di documentaristi Shari Springer Berman e Robert Pulcini dopo l’acclamato debutto del 2003 con il loro primo film American Splendor, fumettosa e surreale biopic con un memorabile Paul Giamatti, torna dietro la macchina da presa stavolta per adattare un romanzo dell’autrice americana Emma MacLaughlin specializzata in opere indirizzate ad un target di lettori tutto al femminile.

Il diario di una tata si rivela una gradevole combine di fattori, c’è il DNA documentaristico dei due registi che impone uno taglio antropologico su società americana e mondo del lavoro ed il flirtare costantemente con un genere come il dramedy per famiglie, che certamente con il suo ibridare anche corpose dosi di romance diventa un mix non semplice da gestire e soprattutto a cui dare uno spessore che vada oltre l’accattivante confezione.

La premiata ditta Berman e Pulcini qualitativamente rimane nel mezzo, in cerca di un’identità e intraprendendo un percorso in costante evoluzione proprio come la protagonsita del film, ma grazie ad un casting oculato e una talentuosa e Scarlett Johansson il film si attesta sul godibile sciorinando divertimento un pò per tutti i palati.

Note di produzione: i due registi fanno coppia anche nella vita, nel cast anche Paul Giamatti già protagonista del loro American Splendor e la cantante Alicia Keys alla sua seconda prova su grande schermo dopo il thriller-action Smokin’Aces, il film a fronte di un budget di 20 milioni di dollari ne ha incassati wordlwide oltre 40.

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