Hellraiser: Revelations, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro Commenta

Steven Craven (Nick Eversman) e Nico Bradley (Jay Gillespie) sono due amici che decidono di passare una vacanza all’insegna di alcol e donnine allegre scegliendo come meta il Messico e la città di Tijuana. Giunti sul posto però i loro piani subiranno una inaspettato cambio di fronte a causa di un omicidio commesso da Nico che vedrà vittima una giovane prostituta. Questo atroce atto di violenza che sconvolgerà l’amico Steven, attirerà di contro l’attenzione di uno strambo tipo che donerà a Nico una scatola-rompicapo. La scatola in questione non è altro che la famigerata Configurazione del lamento, chiave di un portale che permette l’accesso nel nostro mondo a Pinhead (Stephan Smith Collins) e ai suoi cenobiti, postulanti del dolore e della tortura come summa del piacere supremo, a mezzavia tra angeli e demoni, capaci di spostarsi tra le dimensioni in cerca di anime che abbiano inclinazioni malvage e di cui possano nutrirsi.

E’ così che aperto il varco i due ragazzi ne verranno inghiottiti, mentre le loro famiglie inconsapevoli di quanto accaduto cercheranno una spiegazione alla loro fuga, fino a quando Steven non tornerà a casa coperto di sangue e in stato confusionale, ma la felicità dei genitori e della sorella Emma (Tracey Fairaway) nel rivederlo sarà breve, perchè Steven ha con se la scatola e non ci vorrà molto prima che qualcuno della famiglia ne subisca la nefasta influenza ed evochi Pinhead e la sua schiera di deformi supplizianti.

Con Hellraiser: Revelations uscito negli States direct-to-video diretto dallo spagnolo Victor Garcia, per lui all’attivo il sequel Return to House on Haunted Hill, la già claudicante saga creata da Clive Barker, che già non navigava in buone acque creative, tocca definitivamente il fondo con un nono capitolo girato in fretta e furia, in una camera e cucina tanto per non rischiare di perdere i diritti di sfruttamento del franchise, che ricordiamo dal settimo capitolo in poi non ha più fruito di edizioni italiane.

La sceneggiatura per andare incontro ai tempi stretti pesca a piene mani dal primo capitolo diretto dallo stesso Barker e dal successivo Hellraiser 2: Prigionieri dell’inferno, dove secondo noi termina la serie così come l’aveva concepita Barker per poi, dal terzo capitolo in poi, prendere una china vertiginosa da cui il franchise non si riprenderà più, finendo nel limbo dei direct-to-video a bassissimo costo che per un potenziale creativo come quello sfoggiato dall’opera di Barker è davvero uno spreco inconcepibile.

Che altro dire, in questo caso Garcia brancola nel buio e sfodera una regia quasi amatoriale, lo script di Gary Tunnicliffe è un pastrocchio di idee rubate qua e là e messe insieme alla bell’e meglio, metre il cast perennemente sopra le righe strepita e singhiozza trasformando il finale in un delirio, senza contare che l’abbandono del ruolo di Pinhead da parte dell’inteprete storico della serie Doug Bradley, che senza dubbio aveva subodorato il disastro, ci regala un nuovo Pinhead sovrappeso e un make-up dozzinale da dimenticare.

Questo Hellraiser: Revelations si può senza dubbio annoverare tra i peggiori sequel mai realizzati e non ci riferiamo solo alla saga ed è comprensibile lo sfogo di Barker via Twitter, che si è infuriato a tal punto da imprecare contro questa operazione che definire discutibile è dire poco. Purtroppo non c’è proprio nulla da salvare in questo nono capitolo, siamo di fronte ad uno di quei film per cui non vale la pena sprecare neanche il costo di un noleggio.

Note di produzione: questo è il primo film della serie in cui Pinhead non è interpretato da Doug Bradley, il film è stato realizzato in 3 settimane con un budget di 300.000$. La Weinstein Company sta attualmente lavorando ad un remake dell’originale datato 1987, progetto questo che non ha nulla a che vedere con il film di Garcia.

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