Maratona Sundance Film Festival su Sky Cinema Cult

In occasione dell’apertura del Sundance Film Festival 2017 (dal 19 al 29 gennaio a Park City) giovedì 19 gennaio Sky Cinema Cult (Sky 314) propone una maratona con alcuni tra i più importanti film premiati nelle precedenti edizioni, tra cui spicca la prima tv alle 21.00 del film vincitore del Gran Premio della Giuria 2015 Quel Fantastico Peggior Anno della Mia Vita.

“Benvenuti a ieri” al cinema dal 13 novembre

Benvenuti a ieri

Metti un gruppo di amici che, improvvisamente, realizza una scoperta incredibile. Ai limiti della follia.

Questa scoperta conduce il gruppo di amici sviluppare una macchina in grado di effettuare dei viaggi nel tempo.

Come cambierebbe la vita di queste persone se ciò accadesse realmente?

Per saperne di più, per farsi un’idea, per viaggiare avanti o indietro idealmente nel tempo, bisogna attendere il 13 novembre 2014.

E’ questo il giorno di uscita nelle sale stabilito per “Benvenuti a ieri”, film diretto da Dean Israelite con Jonny Weston, Sofia Black-D’Elia e Sam Lerner, prodotto da Michael Bay.

Il gruppo di amici decide di mantenere segreta la loro incredibile scoperta.

Si tratta di un gruppo sempre più affiatato, che inizia a viaggiare indietro nel tempo, realizzando delle piccole modifiche negli avvenimenti del passato, elemento che alla fine del percorso va a cambiare il corso delle esistenze future di ogni singolo membro del team.

Inevitabilmente, ogni viaggio rappresenta la crescita dell’avventura.

Con l’aumentare delle emozioni, però, aumentano anche i rischi e la posta in palio si fa sempre più elevata. Nel tentativo di piegare il mondo ai loro desideri, il gruppo realizza azioni che iniziano a creare effetti a livello globale devastanti. Effetti che, dunque, si ritorcono contro il gruppo stesso.

Alla fine i protagonisti si troveranno ad affrontare una corsa contro il tempo, tra passato e futuro, al fine di riuscire a correggere i propri errori e di mettere la propria vita di nuovo in gioco.

La trama di “Benvenuti a ieri” promette a dir poco bene. Non rimane che attendere fino al 13 novembre per guardare tutto il film!

“Storia d’inverno”: un romantico Colin Farrel al cinema dal 13 febbraio

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Tratto dall’omonimo romanzo di Mark Helprin, “Storia d’inverno” ne è la trasposizione cinematografica. Racconta una storia d’amore romantica. I destini dei due protagonisti diventano un tutt’uno. Il passato si unisce al presente, in una New York del 1916 che si fonde con la ‘Grande Mela’ dei giorni nostri.

Inizia tutto con Peter Lake, ladro di professione, che nel corso di una tentata rapina in una villa conosce Beverly Penn. Lei, bellissima, è figlia di un facoltoso proprietario terriero, nonché proprietario dell’abitazione.

Peter e Beverly si innamorano subito l’uno dell’altra.

Beverly, però, soffre di un male incurabile. Inoltre il loro amore è ostacolato da un gangster che vuole fare fuori Peter. E’ deciso a ucciderlo per toglierlo di mezzo una volta per tutte.

“Storia d’inverno” sancisce il debutto alla regia di Akiva Goldsman, noto ai più come sceneggiatore premio Oscar per “A beautiful mind”, nonché autore delle sceneggiature di film del calibro di “Cinderella Man”, “Io sono leggenda” e il “Condice Da Vinci”.

I protagonisti del film sono Jessica Brown Findlay, nota ai più per “Downtown Abbey”, e Colin Farrel. Le star? Russel Crowe e Jennifer Connelly, William Hurt.

Non basta? Ci sono anche Eva Marie Saint, Ripley Sobo e Mckayla Twiggs (provenienti dal cast dello spettacolo musicale di Broadway “Once”).

Akiva Goldsman, che è anche produttore del film nonché autore della sceneggiatura, si è avvalso, dietro le quinte, di una squadra di grandi professionisti.

Ci sono dunque tutte le carte in regola per assistere a un’ottima pellicola, nelle sale cinematografiche a partire da giovedì 13 febbraio.

“Mandela: Long walk to freedom” nelle sale in primavera

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Impossibile non tributare a dovere, e ancora una volta, una figura fondamentale come Nelson Mandela. L’icona della lotta all’Apartheid è scomparsa il 5 dicembre dello scorso anno, proprio la sera in cui a Londra andava in scena “Mandela: Long walk to freedom”.

Il film, diretto da Justin Chadwick, è dunque il primo dopo la morte del leader sudafricano. Chi lo ha già visto giura: Madiba appare come nessuno lo ha mai visto, ‘cinematograficamente’ parlando. Il suo è uno stato emotivo particolare.

La storia, nel contempo, è altrettanto particolare. Si parte dalla nascita di Mandela all’interno di un villaggio di contadini e si arriva all’insediamento come primo presidente eletto democraticamente in Sudafrica.

La lunga marcia verso la libertà racconta dunque la vita di Madiba e la sua lotta contro l’Apartheid. Una lotta dura, lunga, pagata con il carcere. Una lotta che simboleggia un esempio per tutti gli esseri umani.

Chiaramente, non è il primo film su Nelson Mandela. Tutti hanno ancora ben chiaro in mente l’interpretazione eccellente di Morgan Freeman in “Invictus”.

Nel complesso tra film per il cinema e per la televisione, Nelson Mandela ha avuto le sembianze di oltre venti attori diversi. Nel 2012, inoltre, impersonò perfino se stesso nel documentario “The Art of Reconciliation”.

I volti di Madiba più famosi al cinema e sul piccolo schermo? Si parte dal 1987, anno in cui Danny Glover lo impersonò nel film tv “Mandela”, diretto da P. Saville.

Dieci anni dopo fu il turno di Sidney Poitier in “Mandela and De klerk”, sempre in tv.

Dieci anni dopo, nel 2007, toccò a Dennis Haysbert in “Detenuto 46664”, di Billie August.

Nel 2009, come accennato, fu la volta (straordinaria) di Morgan Freeman in “Invictus”. La regia è affidata a Clint Eastwood.

“Saving Mr. Banks”: la verità su Mary Poppins dopo 50 anni

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Non sempre è facile raccontare un ‘culto’. Figurarsi i suoi retroscena. Questa volta si parla di “Mary Poppins”, un titolo da cinque premi oscar su 13 nomination vinti esattamente cinquant’anni fa.

Come cominciò la sua storia? Ci viene raccontato nel nuovo “Saving Mr. Banks”. Negli anni quaranta Walt Disney promise alle sue figlie Sharon e Diane che avrebbe realizzato un film partendo dalla loro serie di libri preferiti, circa le avventure di Mary Poppins.

Tuttavia, il celebre Walt aveva ‘fatto i conti senza l’oste’: l’autrice della governante inglese perfetta e simpatica, odiava gli americani. Di conseguenza odiava uno dei modelli americani per antonomasia: la Disney.

Lei, l’autrice Pamela L. Travers, un giorno si recò comunque a New York per parlare con Walt Disney. Ma questo successe dopo tentativi di persuasione da parte di lui durati dieci anni.

Oggi, sono usciti dagli archivi Disney preziosi inediti e documenti. Riguardano la lunga corrispondenza tra Walt e Pamela. Contengono inoltre la registrazione delle sedute di lavoro tra scrittrice, sceneggiatori e musicisti.

Perché Pamela non voleva cedere la sua creatura a Walt Disney? La Travers era convinta che Disney avrebbe trasformato la sua incorruttibile governante in una soubrette. Per questo pose un gran rifiuto. Un rifiuto che pesò. Pamela non amava né le allegre canzoni dei fratelli Sherman “Basta un poco di zucchero” e “Supercalifragilistichespiralidoso”, né le incursioni nel mondo animato. Voleva proteggere Mary.

Oggi, in “Saving Mr. Banks, Tom Hanks (che interpreta Walt Disney) ed Emma Tomphson sono alle prese con due personaggi incantevoli e complessi per scoprire e far scoprire i retroscena di uno dei più bei film della storia del cinema.

Nelle sale italiane dal 20 febbraio, la pellicola di John Lee Hancock merita uno sguardo.

“Smetto quando voglio” al cinema dal 6 febbraio

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Lui si chiama Pietro. Pietro Zinni. Ha trentasette anni, di mestiere fa il ricercatore ed inoltre come se non bastasse è un genio. Eppure, nell’Italia di oggi, non basta. Non è sufficiente. Già, perché quando l’Università soffre i tagli alla ricerca il trentasettenne Pietro Zinni viene licenziato.

Per Pietro è apparentemente l’inizio della fine. Lui è il classico nerd, amante dei videogiochi e di poco altro. Nella vita ha sempre e solo studiato. Cosa può fare ora che non ha più una ‘borsa di studio’per continuare le sue ricerche e campare?

Pietro ha un’idea, una delle più semplici ma nel contempo delle più drammatiche, per sopravvivere. Un colpo di genio? La risposta è ‘forse’. Mette insieme una banda di criminali di quelle inedite. Mai viste prima.

La banda è composta da Pietro e dai suoi ex colleghi ricercatori. Persone con lauree, master, specializzazioni in economia. Piccoli geni che però la società ha relegato ai margini. Alcuni di loro si arrangiano come possono: c’è chi dopo il licenziamento si è messo a fare il giocatore di poker, chi il lavapiatti, chi il benzinaio. Eppure le loro competenze, acquisite nel corso di duri anni di studio si rivelano efficaci per le rapine.

Grazie a discipline quali Macroeconomia, Neurobiologia, Antropologia, Lettere Classiche e Archeologia Pietro Zinni e i suoi uomini iniziano a scalare la piramide malavitosa. Il successo è immediato. La loro vita cambia, ma…

Sono risate assicurate al cinema dal 6 febbraio con “Smetto quando voglio”, la cui trama lascia ben sperare. Il film è diretto da Sidney Sibilla e vanta un ottimo cast: Sydney Sibilia con Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero de Rienzo, Pietro Sermonti.

 

Foreverland, il road movie sulla fibrosi cistica

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In collaborazione con la Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica, uscirà nelle sale il 10 febbraio e sarà disponibile fino al 14 febbraio “Foreverland”. Vale la pena saperne di più su questo film.

A dirigerlo è Maxwell McGuire, regista canadese affetto da fibrosi cistica. Una malattia che, per quanto terribile, non gli ha impedito di realizzare una sorta di sogno: testimoniare mediante un film girato da lui stesso questo dramma. Un dramma che parte da una affezione di natura genetica. Che nasconde, però, un forte attaccamento alla vita. Prova ne sono le immagini, ad altissimo impatto visivo.

Quello di McGuire è un ‘road-movie’. È stato girato presso il Palm Springs International Film Festival della California e sarà al centro di un tour promosso dalla Onlus. Tour che toccherà numerose città del nostro Paese: Verona, Bergamo, Genova, Torino, Roma e Vicenza sono le principali.

Il cinema, dunque, assume in questo capo uno scopo conoscitivo ai massimi livelli dal momento che l’obiettivo dichiarato del film è quello di diffondere la conoscenza di questa malattia, diffusa ma poco famosa, che solo nel nostro Paese fa ‘strage’ con oltre due milioni e mezzo di portatori sani, spesso inconsapevoli di esserlo.

L’anteprima di “Foreverland” sarà ospitata dalla città Verona, per un motivo particolare: proprio in questa città, 17 anni fa nasceva FFC Onlus, riconosciuta ufficialmente dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) come Ente promotore dell’attività di ricerca scientifica.

 

Alla scoperta dei segreti di “The Butler – Un maggiordomo alla casa bianca”

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Negli Usa della discriminazione razziale, l’uomo nero serviva l’uomo bianco. Si muovevano silenziosi e ligi al dovere nelle stanze regali. Erano camerieri e tutto fare. Erano trattati come esseri inferiori.

The Butler – Un maggiordomo alla casa bianca” tira fuori con grande maestria quello che ormai è ‘quasi’ (?) un ‘feticcio’. Lo fa nei mesi in cui Nelson Mandela si ammala, prima di lasciare per sempre questo mondo e il suo ricordo di lottatore fiero dell’apartheid.

Il maggiordomo in realtà è Eugene Allen. Servì numerosi presidenti: otto per la precisione. Da Truman a Reagan. Servì per 34 anni. La sua storia viene raccontata dal giornalista Will Haygood in un articolo dal titolo “A Butler Well Served By This Election”. L’articolo uscì sul Washington Post il 7 novembre del 2008.

Poi, è diventato lo spunto del libro “The Butler”, da cui Lee Daniels ha preso ispirazione per il suo film. Il libro diventa in poco tempo un best-seller, guadagnando 162 milioni di dollari. Nel film, è l’ex ‘ghost dog’ Forest Whitaker ad interpretare Eugene Allen. Eugene si nasconde dietro lo pseudonimo di Cecil Gaines. Ma la finzione non nasconde la realtà.

“The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca” è una ricostruzione pressoché fedele della sua storia. Storia che diventa il fulcro del racconto.

Con Whitaker ci sono Mariah Carey, Oprah Winfrey, Lenny Kravitz e molti altri. Compaiono anche Robin Williams, nel ruolo di Dwight Eisenhower, James Marsden (JFK), Liev Schreiber (Lyndon Johnson), John Cusack (Richard Nixon) e Alan Rickman (Ronald Reagan).

 

Alexander Payne ‘torna a casa’ per “Nebraska”

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Nelle sale dallo scorso 16 gennaio, “Nebraska” aspira a diventare una delle sorprese del 2014 anche in Europa (e dunque in Italia). Un film che fa respirare ‘aria di casa’. Chiedere, per avere delle prove, ad Alexander Payne. Il regista di questo ottimo film è tornato per la quarta volta a girare in Nebraska, con un film dal titolo ‘omonimo’ al Paese del set.

Ci era già stato per “La storia di Ruth”, per “Election” e per “A proposito di Schmidt”. Questa volta Payne ha scelto il bianco e nero, e non ha firmato la sceneggiatura. Il colore è tra quelli che più ama. Gli ricorda il suo ‘mito’ Kurosawa.

Payne ha di recente dichiarato che sono in bianco e nero la stragrande maggioranza dei film che rivede. Non potrebbe essere un regista che si rispetti, secondo il suo stesso parere, se non ne girasse uno ance lui. Così, eccolo accontentatosi.

Payne sfrutta il bianco e nero in “Nebraska” (e in Nebraska) per valorizzare paesaggi solitamente attraversati a grande velocità. Paesaggi che spesso si sorvolano. Paesaggi che spesso hanno moltissimo in comune con lo stato d’animo dei suoi personaggi.

Così, “Nebraska” si classifica come un ottimo road movie. Nel frattempo il film si è già guadagnato l’ambitissima palma d’oro a Cannes per la miglior interpretazione, spettata a Bruce Dern.

Il futuro? Sicuramente tornare con un sorriso e con grandi premi dalla notte degli Oscar di Marzo. Payne, e Cannes lo testimonia, ha tutte le carte in regola per riuscirci.

 

“Monuments Men” al cinema dal 13 febbraio, Clooney torna alla regia

Monuments Men

George Clooney torna in cabina di regia per “Monuments Men”, un film con una tematica più che seria che vede tre soldati statunitensi a caccia di capolavori trafugati da Hitler. I tre militari sono Bill Murray, John Goodman e Matt Damon.

Il film è tratto dal libro dello storico Robert Edsel, che racconta del gruppo di soldati e di civili che appartennero al The Monument, Fine Arts and Archive Program. Il nucleo venne fondato dal presidente Roosevelt in compagnia con il generale Eisenhower al fine di difendere capolavori d’arte dalla razzia nazista ed evitare dunque che opere di Picasso e Salvador Dali venissero bruciate e considerate alla stregua di ‘arte degenerata’.

Rischiare la vita per salvare dei ‘capolavori’

Ne vale la pena? La risposta a questa domanda, pressoché retorica, è si. Sempre. Clooney lo sa bene e, nel presentare il suo film, ha fatto l’esempio dei terroristi talebani che distrussero edifici storici, delle truppe americane che non hanno protetto i musei in Iraq privando il popolo della loro identità. Dietro la pellicola, dunque, vi è una velata critica.

“Monuments Men” è un film che, nel contempo, gioca su alcuni clichet. La presenza del cattivo per eccellenza, tale Adolf Hitler, lo rende più ‘masticabile’, più ‘notiziabile’. Il resto è il racconto del furto d’arte più grande di sempre. Vennero rubati sei milioni di pezzi.

Per raccontare una simile impresa Clooney ha chiesto il budget più alto della sua carriera necessario alla realizzazione del film: 65 milioni di dollari. Il risultato? A dir poco garantito. Un flop sarebbe ancor meno tollerabile del furto d’arte raccontato in “Monuments Men”.