Vanishing on 7th Street, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 5

Michigan, città di Detroit un improvviso black-out fa piombare tutta la città nell’oscurità più completa, all’alba l’intera popolazione sembra letteralmente svanita nel nulla, al loro posto solo abiti ed effetti personali sparsi sui marciapiedi e all’interno delle vetture che giacciono abbandonate lungo strade completamente deserte.

Un manipolo di sopravvissuti che per loro fortuna al momento del black-out era vicino a fonti luminosi come candele o torce elettriche scampa alla misteriosa e inspiegabile sparizione di massa, per ritrovarsi in un bar ancora dotato di energia elettrica grazie ad un generatore d’emergenza.

Luke (Hayden Christensen) un inviato della tv locale, Rosemary (Thandie Newton) una fisioterapista che ha perso il figlioletto di pochi mesi,  Paul (John Leguizamo) un proiezionista che sembra essere l’unico ad aver provato da molto vicino il fenomeno e infine James (Jacob Latimore) un dodicenne rimasto solo dopo che la madre avventuratasi all’esterno del locale non ha più fatto ritorno.

I quattro una volta stabilito di raggiungere insieme Chicago dove sembra si trovino altri sopravvissuti, cercheranno di recuperare l’unica vettura nelle vicinanze del bar che sembra non abbia subito danni irreparabili all’impianto elettrico, nel frattempo le giornate si fanno sempre più corte, le notti si allungano pericolosamente e al calar del sole ogni angolo in ombra della città diventa una potenziale trappola letale.

Bisogna dire che attendevamo con curiosità questa Vanishing on 7h Street, un po’ perchè ci piaceva rivedere all’opera un regista interessante come Brad Anderson capace di sfornare due thriller di raro spessore come L’uomo senza sonno e l’inquietante Session 9, un pò perchè l’idea di base dello script pur non originalissima se trattata a dovere avrebbe potuto regalare una buona dose di brividi.

Abbiamo volutamente usato il condizionale perchè il film di Anderson promette decisamente più di quello che a conti fatti può mantenere, lo scenario post-apocalittico e la successiva fase con tanto di assedio ricordano piccole grandi pellicole di genere firmate da maestri del low-budget come Carpenter e Romero cui Anderson si ispira senza remore di sorta riproponendo il tema degli assediati, premendo l’accelleretore sul sovrannaturale e sostituendo nel caso di Carpenter la nebbia e di Romero gli zombi con una sin troppo fumettosa e tentacolare oscurità incombente, che purtroppo non dispone del minimo sindacale di carica ansiogena da diventare una necessaria e solida co-protagonista, capace di supportare le buone performance del cast che da par suo bisogna dirlo ci mette tutta la buona volontà.

Oltre al già citato Fog e la saga zombie di Romero, per tutto il film si prova un fastidioso senso di déjà vu che che riporta alla mente troppe pellicole e situazioni tutte a modo loro fagocitate, ma non opportunamente metabolizzate dallo script di Anthony Jaswinski, che oltre ad applicare le amatissime dinamiche di gruppo tanto care a Stephen King, va oltre la citazione riproponendone addirittura il mistero  della scomparsa dei coloni di Roanoke, che lo scrittore aveva già rivisitato a suo tempo nella miniserie La tempesta del secolo.

Vanishing on 7th Street oltre a ricalcare in troppe occasioni il remake americano Pulse è una pellicola quasi scolastica, politicamente corretta oltre il dovuto e con l’unica fonte di appeal fornita dalla curiosità nel riuscire ad arrivare ai titoli di coda per scoprire dove regista e sceneggiatore vogliono condurci, la risposta non si fa attendere molto con un finale capace solo di accentuare la sensazione di frustrazione e trasformare definitivamente il film di Anderson in una clamorosa occasione persa.

Note di produzione: il film è stato presentato al Festival di Torino 2010; il mistero dei coloni scomparsi di Roanoke oltre che da King nella miniserie La tempesta del secolo è citato anche nel thriller Nella mente del serial killer, nel fanta-horror tratto da Dean R. Koontz Phantoms e nell’episodio Croatoan della seconda stagione del serial televisivo Supernatural.

Commenti (5)

  1. Ho trovato il film interessante, penso che nel suo genere sia eccessivamente sottovalutato. Fra l’altro le citazioni ai lavori di Stephen King non si fermano alla Tempesta del secolo. Ad esempio le persone scompaiono come in The Langoliers (1995), lasciandosi dietro solo i vestiti e gli effetti personali, mentre il gruppo di sopravvissuti barricati dentro al locale ricorda The Mist (2007) anche se in quel caso si trattava di un negozio, in entrambi i casi il “male” alla fine riesce ad entrare. Anche il paesaggio post apocalittico del finale, con le macchine abbandonate ai lati delle strade, potrebbe ricordare l’ambientazione di The Stand (1994), forse involontariamente?

  2. @ Roberto Dapino:
    Forse poteva rivelarsi un buon prodotto se concepito ed ampliato per un più consono formato televisivo, come le pellicole da te citate The Mist escluso, ma per un film che aspira al grande schermo l’impianto è davvero troppo modesto.

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