Somewhere, recensione

di Pietro Ferraro 7

Johnny Marco (Stephen Dorff) è una star partorita dalla Hollywood più vacua e dissoluta, la sua è un’esistenza totalmente scollegata dalla realtà, tanto che la sua residenza è una suite del leggendario hotel di Los Angeles Chateau Marmont dove ha trovato la morte l’attore John Belushi, si è ferito Jim Morrison e dove hanno transitato la Garbo, Marilyn Monroe e James Dean.

Il quotidiano di Marco è scandito da festini a base di droga, discinte spogliarelliste e sesso occasionale, il tutto immerso in un torpore che aiuta a nascondere un’apatia di fondo a cui si aggiungono interminabili corse senza meta in Ferrari, sedute fotografiche, conferenze stampa e via così, un caotico giorno vuoto dietro l’altro.

A sconvolgere il torpore delle giornate di Marco spunterà la figlia undicenne Cleo (Elle Fanning) frutto di un matrimonio fallito che spingerà l’uomo al cambiamento con piccole invasioni di campo, non facendo altro che mettere di fronte a Marco un diverso punto di riferimento e le responsabilità di un ruolo, quello di padre, mai realmente preso in considerazione.

La regista Sofia Coppola si cimenta ancora una volta con una narrazione rarefatta, una messinscena che definire minimalista è un eufemismo e due protagonisti che riescono a dar corpo ed anima ad uno script che miscela suggestioni autobiografiche ed un cinema d’autore che ammicca alla Nouvelle Vague francese e ad un certo cinema statunitense anni ’70, che amava raccontare una Los Angeles lontana dagli stereotipi hollywoodiani.

Così Somewhere presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia manderà in brodo di giuggiole molta della critica ufficiale e della platea cinefila veneziana, è indubbio che il film sia materia prima da festival e non deluderà i fan della Coppola di Lost in translation che ritroveranno anche se estremizzate pillole registiche di rara bellezza che dimostrano un talento indiscutibile di una giovane regista che non ha timore di mettere alla prova e sfidare il grande pubblico.

Il film della Coppola non è un capolavoro, ma ne contiene a piccole dosi molti degli elementi distintivi, di certo non è un film adatto a tutti e in cui tutti potranno ritrovarsi, ma se cercate un film d’autore che rispetti appieno tutti i crismi del cinema indipendente e dotato di una indiscutibile eleganza Somewhere si rivelerà una piacevole conferma e occhio alla giovane e talentuosa co-protagonista Elle Fanning, davvero notevole e in alcuni frangenti indispensabile il suo apporto al risultato finale della pellicola.

Note di produzione: Elle Fanning è la sorella minore della diva Dakota, nel film appare in un cameo Benicio Del Toro e il film è co-prodotto dal padre della regista Francis Ford Coppola e dal fratello Roman.

Commenti (7)

  1. Spedito alle Thursday 09 September 2010 19:07 IP 79.47.210.84 Abbiamo visto “ Somewhere “ regia di Sofia Carmina Coppola.
    Sofia Coppola è al suo quarto film, i precedenti sono state tre opere di notevole maestria e intelligenza. Nel 1999 ha debuttato con “ Il giardino delle vergini suicide “, film meno conosciuto dal pubblico, un ritratto di famiglia fuori dal comune: cinque sorelle fra i quindici e i diciannove anni vivono la loro crescita tormentate da una madre integralista e sorda e un padre assente e senza personalità, rinchiuso nella costruzione di modellini. Il secondo film è stato “ Lost in Traslation “ storia e sviluppo fuori dai clichè, splendidamente scritto, diretto e interpretato e ha ottenuto l’oscar come migliore sceneggiatura. Nel 2006 dirige “ Marie Antoinette ” sulla regina della Rivoluzione Francese, ma dove tutto è leggero, giovanile e post moderno; con uno stile innovativo, fresco, pop. Per parte della critica i tre film, per le affinità tematiche, sono definiti come la trilogia della giovinezza inquieta. Va da ricordare che per una giovane donna ( oggi ha circa quarant’anni ) non deve essere stato facile trovare una sua strada fatta di originalità e intelligenza, avendo come padre Francis Ford Coppola, come madre Eleanor documentarista e scrittrice di un bel libro sulle disavventure sul set di Apocalypse Now, per non dimenticare un fratello Roman regista, una zia l’attrice Talia Shire ( ricordate: Adriana, urlato da Stallone in Rochy ? ), cugina di Nicolas Cage e Robert Carmine ( attore e leader dei Rooney ). Da alcuni anni oramai Sofia Coppola non è solo figlia o cugina o nipote di qualcuno, è una regista affermata, ha il suo pubblico affezionato ed è nello star sistem hollyvoodiano nel senso più pieno ed anche snob del termine.
    Il suo quarto film è presente al Festival di Venezia, in gara, ed è uscito nelle sale in questi giorni. Col suo solito stile ci racconta di Johnny Marco, un divo di Hollywood che ha recitato anche con De Niro, Meryl Streep e Al Pacino. E’ bello, pieno di donne e con una vita apparentemente piena. Vive in una suite del leggendario Hotel Chateau Marmont, dove hanno vissuto Greta Garbo, Marylin Monroe, Alan Delon; dove ha trovato la morte John Belushi e Jim Morrison è finito in ospedale. Scorazza in giro sulla sua Ferrari nera quasi alla ricerca di un istinto di libertà che non sembra possederlo lucidamente e nella sua suite ci sono sempre feste, splendide ragazze in attesa e le solite pasticche. Johnny sembra a proprio agio in questa situazione di torpore, fra ballerine di lap dance di notte e conferenze stampa, interviste e lavori vari di giorno. Fino a quando la ex moglie con una telefonata gli lascia per alcuni giorni la figlia undicenne, Cleo ( Elle Fanning ). Questo avviene alla fine del primo tempo, troppo in ritardo perché questo sia la naturale storia. L’incontro con la figlia non è conflittuale o presago di piccoli screzi, anzi è sereno e spensierato, e lo stare assieme si svolge tra camere d’albergo con piscina a Milano, mangiate di gelato notturne, aerei e auto con autista, gare di videogiochi e il ritiro di un premio a Milano tra la Ventura nazionale e la Marini che canta e sgambetta ( questa italietta patetica raccontata da Sofia Coppola è sì triste e provinciale ma è troppo banale e superficiale ). Quando Johnny e sua figlia ritornano a Los Angeles devono dividersi, la bambina deve andare in un centro estivo e lui resta all’improvviso da solo, spinto a fare bilanci e riflessioni esistenziali, sulla sua posizione nel mondo e affrontare domande che prima o poi tutti dovrebbero porsi. E l’ennesima fuga in auto gli permette anche un sorriso finale liberatorio.
    Una trama molto semplice, sulla futilità e fragilità di certe vite che viste da lontano sembrano splendide e appaganti e invece sono vuote e deprimenti ( io banalmente farei a cambio di corsa ). L’elemento narrativo che sconquassa ( ? ) questa vita è Cleo, che dovrebbe smuovere la ‘ calma piatta ‘ del divo e portarlo a cercare “ il vero “ oltre il suo mondo “ di finzione “. Ma purtroppo non accade nulla di importante o di significativo, si segue il film senza interesse o curiosità, forse in attesa di un finale forte che mitigherebbe la fiacchezza e la poco originalità di molti passaggi. Insomma film non risolto, che gira a volte in maniera lenta e fastidiosa su se stesso. La cifra stilistica dei precedenti film della Coppola che era la sua forza, in questo sembrano mostrare tutti quei limiti derivati anche da contiguità esistenziale dell’autrice con il suo ambiente. Viene d’istinto da dire che fare un film alla Wenders o all’Antonioni senza avere l’età e lo spessore è rischioso se non sbagliato.

  2. @ domenico:
    sono appena uscito dal cinema dove ho visto questo film.
    La noia e la pochezza che il film esprime sono indescrivibili!
    In media vedo uno o due film alla settimana e non vedo film fessi, ma quando è troppo è troppo!
    Giuro che anche un cinepanettone è meglio di questo film lesso e scipito.
    E’ un niente! E’ lento….è senza idee e senza senso, è statico, è noiosissimo, non dice e non vuole dire niente!
    Il pubblico nella sala chiacchierava e commentava pur di vincere la lentezza di queste inquadrature ripetute, tagliate, lente, statiche, insulse, insignificanti.

    Se qualcuno, un cosiddetto critico, cinefilo o assimilato, dice il contrario, bene significa che considera che solo il cinema di elite ha senso di esistere o che si è venduto.

    Già “Lost in translation” faceva piangere per i soldi del biglietto.
    Questo poi è perfino peggio!
    Roberto

  3. @ domenico:
    In realtà questo spazio serve a dare una tua opinione del film, non ad esporre una “tesi” sulla vita e opere di sofia coppola, o cercare di proporti come recensore…
    il commento di roberto è stato invece perfettamente chiaro ed eloquente. Ha reso perfettamente l’idea di cosa aspettarsi! (@ roberto: grazie…mi hai risparmiato una terribile serata al cinema!!)

  4. @ aria:
    Un film può piacere oppure no, si può invitare gli altri ad andarlo a vedere o non andare a vederlo. Si può gridare: aiuto che noia; o non trovare un film interessante ma trovare la regista molto interessante. Ognuno scrive come gli pare. Io scrivo così, non chiedo niente a nessuno, nemmeno di fare il collaboratore… ma poi cosa ci sarebbe di male se uno volesse ?… Boh
    Domenico

  5. @ modicat2:

    Io invece considero davvero troppo sentire fesserie come ‘Lost In Translation faceva rimpiangere i soldi del biglietto’.. stiamo parlando di una pietra miliare assoluta che ha ottenuto 1/10 dei premi che si meritava, un film perfino tre gradini sopra a Colazione da Tiffany, se proprio vogliamo catalogarlo in un genere. Il Cinema della Coppola non si rivolge a sedicenti critici, cinefili, o radical-chic della celluloide ma va dritto ad una certa dimensione emotiva che non tutti putroppo posseggono e possono comprendere. De gustibus si, va bene.. ma smerdare i capolavori in questo modo non lo accetto.
    Tornando a Somewhere concordo sulla narrazione prlissa, sulle ambientazioni scialbe e la solita caricatura dell’italietta, resta comunque il fatto che come i suoi predecessori rappresenti la firma in calce ad uno stile inimitabile e realmente innovativo. Ad occhio e croce tra una ventina d’anni forse li troveremo in edicola in qualche cofanetto ‘I Classici Immortali’..e ho detto forse, in fin dei conti i gusti del popolino li conosciamo tutti.

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