Si può fare, recensione

di Pietro Ferraro 1

Milano 1983, il sindacalista Nello (Claudio Bisio) ha idee decisamente troppo rivoluzionarie e per questo il sindacato decide di allontanarlo in una sorta di esilio punitivo spedendolo a dirigere una delle cooperative denominate 180, che dovrebbero, almeno sulla carta coinvolgere in attività lavorative ed assistenziali quella enorme schiera di malati di mente rimasti senza punti di riferimento all’indomani dell’applicazione della legge Basaglia.

Quello a cui  il combattivo sindacalista si troverà di fronte sarà una tipica forma di indolente burocrazia cronicizzata che ha trasformato la cooperativa in un luogo ameno i cui membri non supportati e opportunamente stimolati sono abbandonati a loro stessi e affidati alla sola terapia farmacologica.

Visto il pessimo andazzo, ci penserà Nello a dare ai suoi specialissimi dipendenti l’input giusto per cercare di uscire dalla sonnolenta realtà in cui hanno vissuto fino a quel momento, per cercare non senza immani difficoltà di entrare nel mondo del lavoro e scoprire le potenzialità nascoste in ognuno di loro.

Dopo le prime difficolta di ambientamento e qualche ribellione tra i ranghi, Nello farà breccia nei cuori dei suoi nuovi colleghi, riuscendo a trasformarli in operosi lavoratori capaci di sfruttare un mix di estro creativo e manualità, rivendo in cambio un nuovo slancio di ottimismo e un appagamento che sembrava ormai solo uno sbiadito ricordo.

Con Si può fare si cerca di raccontare il microcosmo della malattia mentale in una veste leggera, che permetta di capire quante e quali siano le possibilità per tanti ex-pazienti di istituti psichiatrici di trovare un posto all’interno del mondo del lavoro e uno scopo che aiuti a vivere la vita in maniera proficua e soddisfacente.

Tema non semplice e chiave di lettura coraggiosa quella scelta dal regista Giulio Manfredonia (Qualunquemente) che ci regala una delle piu belle e partecipate performance di Claudio Bisio, in questo caso ben supportato da un nutrito cast di personaggi ricchi di umanità ed emotivamente coinvolgenti, che attraverso la semplicità di vite vissute ai margini ci mostrano la voglia di vivere e la ritrovata consapevolezza di chi ha ancora voglia di sentirsi vivo e soprattutto utile.

Si può fare non può certo prescindere dal rapportarsi anche narrativamente al capolavoro di Forman Qualcuno volò sul nido de cuculo, anche qui c’è un personaggio che arriva a scardinare in positivo gli schemi di una vita subita e non vissuta nella sua interezza, rapprentato in questo caso da un sindacalista deluso e frustrato dalla staticità di un sistema che burocratizza il pensiero e la creatività, naturalmente in questo caso si punta ad un gradevolissimo registro comedy che centra l’obiettivo duplice e non semplice di denunciare e porre in essere una questione che si cerca quotidianamente e consapevolmente di ignorare e al contempo intrattenere con sorprendente garbo.

Note di produzione: nel cast anche Bebo Storti, Anita Caprioli e Giuseppe Battiston, il film ispirato ad una storia vera è dedicato alle oltre 2.500 cooperative sociali esistenti in Italia e ai 30.000 soci diversamente abili che vi lavorano. la pellicola di Manfredonia è stata premiata con un David di Donatello (Premio David Giovani) e un Nastro d’argento al miglior soggetto.

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