Sentieri selvaggi, recensione

di Pietro Ferraro 2

1868, la guerra di secessione americana è ormai giunta al termine da qualche anno, c’è il ritorno a casa dei soldati,, tra questi Ethan edwards (John Wayne), che porta con se il fardello della guerra, un passato doloroso e un amore mai sopito per Martha, la moglie di suo fratello AAron. La famiglia riaccoglie il reduce, ma la vita per Ethan non sarà più la stessa.

In casa la situazione è tesa, Aaron lancia accuse di tradimento e diserzione all’indirizzo del fratello, lo provoca, in realtà cerca una verità che ormai per lui è consapevolezza, cerca la confessione di una relazione tra lui e la moglie Martha, ma Ethan non raccoglie la provocazione e zittisce il fratello con alcnue monete d’oro. La mattina dopo Ethan e il nipote Martin, figlio adottivo di origini pellerossa del fratello, vengono conivolti dal reverendo e sceriffo Clayton nella  caccia ad una pericolosa banda di pellerossa Comanche che terrorizzano la comunità.

Purtroppo appena i due si allontanano dal ranch, i Comanche trucidano la famiglia di Ethan, rapendo le due nipoti Lucie e debbie, deciso a vendicarsi Ethan organizza una missione di recupero facendo subito intendere al gruppo che difficilmente le due ragazze sopravviveranno, ma che lui comunque farà giustizia.

Dopo il ritrovamento del corpo seviziato di Lucy inizierà per Ethan un’interminabile caccia che lo porterà a percorrere migliaia di chilometri e a confrontarsi ripetutamente negli anni a venire con il suo profondo odio verso i pellerossa, odio originato ed alimentato da un terribile episodio che riguarda il suo passato.

Sentieri selvaggi è la summa dell’epica fordiana, un film che incanta per l’estetica, lascia spiazzati per l’uso e la dilatazione dei tempi narrativi, ma che si rivela suggestivo e geniale solo come il cinema di Ford sa essere, non dimenticando l’apporto dell’attore feticcio di Ford, ventuno i film girati insieme, quel John Wayne eroe d’altri tempi e duro per antonomasia che ha fatto del western la sua maschera prediletta.

Un indiscutibile cult prepotentemente complesso, ma proprio per questo viscerale ed evocativo solo come un grande racconto di frontiera sa essere, assolutamente imperdibile per gli amanti del genere.

per i non avvezzi al western invece potrebbe essere l’occasione per scoprire il genere con il titolo meno facile, ma più rappresentativo, della sterminata filmografia del grande cineasta statunitense, che anche solo con una  manciata di scene da antologia che costellano questa pellicola, entrerebbe di diritto nella storia del cinema.

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