Payback-La rivincita di Porter, recensione

di Redazione 1

Porter (Mel Gibson) e Val (Gregg Henry) sono in procinto di fregare una gang di Chinatown, un prezioso carico di contanti sarà il bersaglio di una rapina, un bel malloppo, almeno a sentire Val che ha urgente bisogno di soldi per risolvere alcuni affari in sospeso con un boss.

Dopo che il colpo è andato a buon fine Val, Porter e Lynn, la moglie eroinomane di quest’ultimo, si inconatrano in un garage per spartirsi il bottino, purtroppo la somma raccimolata con il colpo è di molto inferiore alle aspettative, e Val uccide il complice con l’aiuto di Lynn.

I due non si assicurano che Porter sia morto, così l’uomo ferito riesce a raggiungere un luogo sicuro, viene curato da un sedicente medico della mala, e dopo alcuni mesi torna sulla piazza, pronto a vendicarsi del torto subito e a recuperare il contante, e la cosa non sarà affatto indolore.

Mel Gibson finalmente si cimenta in un’inedita versione noir, con un villain cinico e determinato, un vero bastardo in celluloide, che comunque nonostante le discutibili gesta e i cadaveri che semina lungo la pellicola, non può non guadagnarsi  l’approvazione e la simpatia dello spettatore.

Gibson decide di sfoderare il suo lato oscuro contaminandolo però con una massiccia dose di ironia e con suggestioni da anti-eroe vendicatore che alla fine ammiccano allo spettatore, non togliendoli l’icona politically correst con cui il bell’australiano si è costruito un’immagine in quel di Hollywood.

Payback-La vendetta di Carter è basato sul libro The Hunter/Anonime carogne di Donald E. Westlake da qui John Boorman nel 1967  adattò il thriller Senza un attimo di tregua.

Ottimi gli attori che contornano il cupissimo, autoironico e credibile Gibson, dalla  brava Maria Bello, al sempre credibile Gregg Henry, un villain per tutte le stagioni, senza dimenticare il veterano Kris Kristofferson e una sensualissima e spassosa Lucy Liu in versione fetish.

Payback-la rivincita di Porter è cupo e violento quel tanto che basta per mostrarci  un Gibson in parte, una messinscena ben orchestrata dal regista Brian Helgeland ( Pelham 123-ostaggi in metropolitana) e un’atmosfera che sconfina nel pulp con una certa ironia e senza strafare.

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