Le vite degli altri, recensione

di Pietro Ferraro 4

Nella Berlino est del 1984 all’inflessibile agente della polizia di stato Gerard Wieler (Ulrich Muhe) votato alla causa comunista, viene ordinato di spiare George Dreyman ( Sebastian Koch) un noto darammaturgo famoso, oltre che per le sue opere, anche per essere particolarmente ligio al partito.

L’ordine in questione proviene direttamente dal ministro della cultura Bruno Hempf (Thomas Thieme) che si scoprirà interessato a Dreyman non per la sua condotta, ma per via della sua compagna l’attrice Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck) della quale Hempf si è invaghito, e per la quale il ministro vorrebbe incastrare Dreyman, liberandosi cosi dello scomodo rivale.

Invece che scoprire scheletri nell’armadio, la sorverglianza continuata della coppia pemetterà a Wieler di approdondirne la conoscenza, sino ad entrare in un meccanismo di consapevolezza ed empatia che porterà l’ufficiale tedesco a guardare il suo lavoro e il suo credo politico da un punto di vista diverso volutamente mai approfondito, fatto di molti dubbi e poche certezze, un punto di vista altro veicolato in parte dalla sensibilità del drammaturgo.

Le vite degli altri è un piccolo gioiello di recitazione e messinscena, credo politico distorto e congiura del sospetto al microscopio, una lenta e coinvolgente evoluzione del protagonista che inconsapevole scoprirà insieme allo spettatore una verità altra, attraverso vite altrui spiate che ne cambieranno per sempre, senza alcuna possibilità di tornare sui propri passi, lo sguardo e l’intenzione verso il quotidiano.

Il regista esordiente Florian Henckel von Donnersmarck sfrutta con rara intelligenza un intenso protagonista come Muhe e ammicca a ritmi e suggestioni da thriller, amalgamandoli visivamente con una fotografia cupa, che restituisce il grigio di una vita passata a spiare vite di altri e a sacrificarne i più intimi segreti in nome di un regime che fa della primaria regola del sospetto la sua migliore arma di coercizione.

le vite degli altri avrà una lunga serie di riconoscimenti e l’apprezzamento incondizionato di un pubblico che ne scoprirà un cuore che va oltre il mero esercizio di stile che sfoggiano spesso molti film d’autore, apprezzamento che culminerà con l’assegnazione del premio Oscar 2007 come miglior film straniero.

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