Le migliori cose del mondo, recensione

di Pietro Ferraro Commenta

Hermano (Francisco Miguez), per gli amici “Mano“, mentre cerca di capire come affrontare una delle sue prime cotte per una compagna di scuola, si ritrova con i genitori divorziati e come se non bastasse anche con la scoperta che il padre, professore universitario non ha lasciato la famiglia per un’altra donna, ma bensì per un suo studente di cui si è innamorato.

Una vera doccia fredda che vedrà il fratello Pedro (Fiuk) reagire molto male, mentre Mano proverà con immensa fatica a mantenere un minimo di rapporto con il padre, anche se una volta saputo a scuola dell’omosessualità del padre, la vita per i due fratelli diventerà un vero inferno…

Arriva dal Brasile questa intrigante digressione sull’adolescenza moderna e la regista Lais Bodanzky, al suo terzo lungometraggio dopo l’esordio con il pluripremiato Bicho de Sete Cabeças, si presenta come una vera e propria anti-Moccia, schivando stereotipi e macchiette da fotoromanzo e mostrandoci gli adolescenti del nuovo millennio assediati dalla tecnologia, confusi, arrabbiati e non privi di preconcetti, insomma molto umani e non plastificati in un surreale concept da spot televisivo.

Il mondo di Mano è quello che molti ragazzi vivono quotidianamente, Bodanzky usa giovani molto spontanei il che rende il film oltremodo credibile e permette di stabilire una forte empatia con i personaggi che si avvicendano su schermo.

La narrazione è così fluida che anche l’utilizzo di voci fuori campo e brani di poesie non risultano mai forzate o ridondanti, ma ben si inseriscono in un contesto che miscela dramma e commedia con un’insolita e gradevole nota di realismo, la Bodanzky è anche un’apprezzata documentarista, che però grazie all’estrema cura per la confezione, permette alla messinscena di mantenere un’impronta prettamente cinematografica, senza cedere alla tentazione del Cinemaverità.

Le migliori cose del mondo, come peraltro fece a suo tempo l’ottimo LOL – Il tempo dell’amore di Lisa Azuelos, parliamo naturalmente dell’originale francese e non del remake americano, cerca di mostrarci l’interazione non priva di traumi emotivi che si crea tra il mondo degli adolescenti e quello degli adulti, quando essi vanno a collidere mettendone in luce tutte le inevitabili idiosincrasie, che vanno oltre il semplice fattore generazionale e non basta certo ricordare ad un adulto la sua adolescenza o viceversa chiedere ad un adolescente di comportarsi da adulto, a sanare un divario che purtroppo per molti versi resta, giustamente, incolmabile.

Nelle sale dal 18 ottobre 2102

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Note di produzione: nel cast figurano anche Caio Blat, Denise Fraga, Paulo Vilhena, Gustavo Machado. Júlia Barros, Matheus Marchetti, Gabriel Illanes, Gabriela Rocha, José Carlos Machado; la regista Lais Bodanzky parla della scelta degli attori e dei provini:

Il cast e le comparse sono stati selezionati tra 2500 giovani studenti in età scolare, tutti alla  prima esperienza cinematografica. Il processo di selezione era già una semi preparazione per gli attori. I provini avevano già un obiettivo ben preciso. Quando abbiamo cominciato di fatto la preparazione del cast, non siamo partiti da zero…Siamo partiti dall’idea che non avremmo dovuto spiegare chi erano i personaggi e le situazioni ma lasciare liberi i ragazzi di improvvisare su poche cose, vedere se riuscivano ad essere naturali.

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