Il Profeta, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 6

Malik (Tahar Rahim) è un ragazzo praticamente analfabeta con un percorso criminale da manuale, uan serie di  riformatori, la maggiore età e il grande salto, un carcere con la C maiuscola, più simile ad una giungla che ad un’istituzione dagli intenti riabilitativi.

L’incipit è da incubo, la violenza e la sopraffazione, le regole non scritte, ma applicate senza alcuna pietà, sono servite quoridianamente a chi non riesce a capire dove si trova e chi comanda, chi non conosce la spietata legge del cane mangia cane, ma Malik sembra avere la scorza abbastanza dura e l’intelligenza  necessaria per capire che solo unendosi al branco giusto, solo guadagnandosi i favori di chi ha la sua vita in mano, che siano guardie o detenuti farà la differenza tra la vita e la morte.

Sei interminabili anni tra lui e la fine del tunnel, un tunnel che sarà irto di ostacoli, decisioni da prendere, scelte che ne faranno vittima o carnefice, e Malik capirà ben presto che solo mostrandosi remissivo prima, spietato e determinato poi, conquistandosi un rispetto fatto di piccoli gesti quotidiani di chi ha capito sino in fondo quelle regole non scritte, solo cosi riuscirà a sopravvivere all’inferno della detenzione, ma così la fine del tunnel potrebbe trasformarsi inevitabilmente in un’ulteriore evoluzione del suo essere criminale, adatta sicuramente ad affrontare la strada e il mondo esterno, ma non l’inferno che si porta dentro.

Il Profeta è il prison-movie nella sua forma più autorale, asciutto ed efficace come solo un film indipendente sa essere, vedi Animal Factory, ma con in più rispetto al  film di Steve Buscemi un’eleganza stilistica notevole che ne impreziosce il lato estetico, senza dimenticare l’apporto emotivo del bravo protagonista Tahar Rahim, un connubio a cui va aggiunta una sceneggaitura che si dipana per oltre due ore non mollando mai la presa, non lasciando spazio a nessuna sbavatura che incrini l’immersività della messinscena.

Il talentuoso regista Jaques Audiard rispetta in pieno i clichè del genere, anche se a prima vista potrebbe non sembrare, vista la nochalance con cui miscela una moltitudine di generi, ma il dramma carcerario come il mondo che racconta ha le sue regole, alcune scritte altre solo suggerite, si adattabili ad ogni situazione, ma sempre e comunques imprescindibili dall’essere rispettate, e Audiard riesce a miscelare con dovizia e arguzia intrattenimemto e denuncia, testa e cuore, mantenendo un invidiabile equilibrio che trasforma Il Profeta in qualcosa di più che semplice materia da festival, un’occasione per affrontare un tema spinoso, duro e scomodo attraverso un cinema non autorefereziale, che cerca di parlare un pò a tutti.

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