Il coraggio di andare avanti si chiama Siddiq Barmak

di Massimiliano Miano Commenta

Siddiq Barmak ed Opium War, sono i vincitori a sorpresa del Marco Aurelio d’Oro, al Festival Internazionale del film di Roma assegnato dai critici per l’opera seconda del maestro.

Regista afghano. Laureato in cinema all’Università di Mosca nel 1987, è una delle figure di spicco della cinematografia afghana fino al 1996, quando la presa del potere da parte dei talebani, iconoclasti e ostili alla diffusione di qualsiasi forma di immagine, decreta il sequestro di tutte le sue opere e lo costringe all’esilio in Pakistan.

Siddiq ha scritto diverse sceneggiature e ha diretto numerosi film in Afghanistan. È stato direttore dell’organizzazione governativa dei film afgani dal 1992 al 1996.

Tornato in patria alla caduta del regime, viene rinominato direttore dell’Afghan Film Organization, e nel 2003 realizza con Osama, (premio speciale della giuria al Festival di Cannes e Golden Globe come miglior film straniero), la prima opera girata a Kabul dopo la cacciata dei talebani, e di fatto suo primo lungometraggio.

Gli sforzi di una donna che cerca di sopravvivere dopo che l’ospedale dove lavorava è stato chiuso. La donna, che vive con la madre e la figlia dodicenne, non può uscire di casa perché il marito e il fratello sono morti e la legge imposta dai talebani impedisce alle donne sole di allontanarsi senza un accompagnatore.

L’unico modo per riuscire ad andare avanti è quello di travestire la bambina da maschio. Da questo momento si chiamerà Osama e cominciando a lavorare da un lattaio potrà sfamare la mamma e la nonna. Ma in quanto maschio dovrà frequentare la scuola religiosa che è anche centro di addestramento alla vita militare.

Opium War, seconda opera di Barmak, racconta con tono surreale e ironico la storia di due soldati americani, (interpretati da Peter Bussian e Joe Suba) persi in una landa afgana, tra i campi di oppio, dove il loro elicottero è precipitato. Feriti e allucinati dal sole e dal continuo ricorso ai papaveri, i due si imbattono in bande di prestasoldi in burqa, scambiandoli per affascinanti ventenni, e in una famiglia allargata, formata da un capofamiglia anziano, tre mogli e una nidiata di figli, per cui la coltivazione dello stupefacente è lo strumento della sopravvivenza.

Il film è una produzione tra Afghanistan, Giappone, Corea del Sud e Francia, ancora senza distribuzione italiana.

«L’idea degli uomini in burqa mi è venuta dopo aver letto di un kamikaze che si era travestito così. Ho pensato allora di come la bellezza potesse ricoprire tutte le brutture. Così ho reso quel burqa di un allegro verde acceso, e ho messo in testa agli uomini dei bei copri capi rossi, che noi chiamiamo boccioli».

Per il regista,

«la questione afghana è un punto di crisi per tutto il Medioriente, ma non si cerca una soluzione in maniera profonda e l’unica vera vittima di questa situazione è il nostro popolo».

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