Gabriele Salvatores: cineasta da romanzo

di Pietro Ferraro 10

Prima di dare fondo alle notizie, e sono molte, raccolte per questa monografia, spendiamo due parole per uno dei più originali e spiazzanti registi italiani, Gabriele Salvatores, che con il suo Mediterraneo, ha rappresentato l’Italia nel mondo accaparrandosi un Oscar, ma non si è mai adagiato sul filone che lo ha così tanto gratificato, non ha soffiato su un fuoco per goderne fino all’ultimo il calore creativo, ma ha rischiato, esplorato, sperimentato generi, concetti, suggestioni, a volte con risultati discutibili, ma mai risultando banale, mai propinandoci una minestra riscaldata e in tempi pre-Gomorra, artisticamente aridi, ogni suo film innescava nuove domande, esplorava nuove strade, sempre con un’impronta registica immediatamente riconoscibile.

Salvatores nasce a Napoli il 30 Luglio del 1950, ma è Milano dove si trasferisce giovanissimo che lo forgia artisticamente, diploma al liceo Beccaria e poi il teatro, palestra di  anima e concetto, e Salvatores prima si iscrive all’Accademia del Piccolo Teatro, poi cresciuto e artisticamente maturo fonda il Teatro dell’Elfo è il 1972, dove saggia le sue capacità, dirigendo diversi spettacoli, che per contenuti e concezione visiva venivano allora definiti d’avanguardia, un’esperienza che porterà avanti fino al 1989.

Nel 1983, da uno di questi lavori teatrali, Salvatores ha un primo approccio col cinema, ma è un approccio non approfondito, perchè ha l’anima del lavoro teatrale, gira Sogno di una notte d’estate liberamente tratto da Shakespeare, ma ne scaturisce un ibrido che poco ha di cinematografico, una miscellanea di danza, musica, e teatro. Quattro anni dopo gira Kamikazen: ultima notte a Milano (1987), storia di comici interpretati da comici, disavventure da cabaret e vita nottiurna, inizia così una proficua collaborazione con quelle che diventeranno le nuove leve della comicità milanese, Paolo Rossi, Claudio Bisio, Antonio Catania  e Bebo Storti,

1989, Salvatores inizia la sua collaborazione con quello che diventerà il suo attore feticcio, Diego Abatantuono, Marrakech Express è il primo di un’ideale trilogia dal sapore nostalgico, tre parabole sull’amicizia e sul passato che ritorna, mentre Marrakech express e Turne‘ (1990) sono dei veri e propri road-movie,il terzo, Mediterraneo, vincitore dell’Oscar nel 1991 è un gioviale e nostalgico affresco corale di un periodo difficile e cruento della nostra storia.

E’  con Puerto escondido (1992) che Salvatores, per molti critici, imbocca una pericolosa deriva sperimentale, che lo porterà a film come Denti, ma andiamo per ordine, questo film, non e’ privo di difetti, ma comunque è un chiaro segnale,almeno secondo noi, di volersi sganciare dal successo estremo di Mediterraneo e dalla trilogia di cui poc’anzi si parlava per rimettersi in gioco con nuove idee e situazioni non sperimentate, il costo è una sceneggiatura dai toni eccessivi, ma mirabile per le intenzioni.

Sud (1993) e Nirvana (1997) sono i due film successivi, il primo utilizza il cinema d’assedio stile quel pomeriggio di un giorno da cani immergendolo in un’atmosfera da moderno western, ma non siamo in America, e questo non è il vecchio West, ma il nuovo e arrabiato Sud, il film non riscuote molti consensi e Salvatores si allontana  dal suo cinema militante e di denuncia per affrontare un terreno che minato è dire poco, con Nirvana la fantascienza dopo decenni di sonnolenza torna a far capolino nel cinema italiano, ne esce uno strano pastiche ipertecnologico,un Quinto elemento pre-Matrix, Cyberpunk all’italiana, opera non completamente riuscita, ma visivamente e registicamente notevole.

Nel 2000 è la volta di Denti, surreale e grottesca commedia, con un disperato Sergio Rubini in cerca di un dentista, pellegrinaggio notturno che diventa pretesto per un viaggio attraverso una galleria felliniana di bizzarri personaggi, eccessivo, stralunato, ma assolutamnte il più sottovalutato dei film di Salvatores. A questo non proprio fortunatissimo titolo fa seguito Amnèsia (2002), forse il meno riuscito in termini di sceneggiatura dei film del regista, un trittico di storie un pò confusionarie e poco incisive che si intrecciano sullo sfondo di Ibiza, trasformandosi in un improbabile dramma dai toni farseschi, ma interpretato, questa è la sensazione, con poca convinzione dai due protagonisti, un Diego Abatantuono per nulla memorabile ed un Rubini perso in una sceneggiatura poco brillante.

Nel 2003 arriva l’acclamato successo di pubblico e critica, Io non ho paura, terza opera del regista ad essere tratta da un romanzo,dopo Pino Cacucci e Domenico Starnone è la volta di Niccolò ammaniti e del suo nitido e spiazzante sguardo sull’infanzia violata, tra il dramma e la fiaba nera, cinema che bisbiglia sentimenti, un’opera che riporta Salvatores tra le pagine di un grande romanzo, che il regista decide di raccontarci con lo stile ed il fascino del narratore d’altri tempi. Due anni dopo ancora l’adattamento di un romanzo, Quo vadis baby? (2005) questa volta è un genere altro, un mondo, quello del Noir che ha sempre affascinato il regista, un mondo di vita notturna, segreti, omicidi, investigatori privati e donne misteriose che ballano in fumosi nightclub, come non appassionarsi ad un’atmosfera del genere e il regista riesce, anche grazie ad un cast azzeccato a firmare un’opera densa, non priva di difetti, ma sanguigna e forte di una scrittura incisiva e dalle suggestioni cinefile e letterarie infinite.

Sembra che il regista abbia tagliato finalmente quell’ideale cordone ombelicale che lo legava ai suoi primi film e alla goliardica e nostalgica compagnia di attori/amici che, involontariamente ne frenavano l’evoluzione stilistica., A Quo vadis baby? seguirà un film che defineremmo di transizione, The rules of love (2005), intreccio sentimentale di amori contesi, una coproduzione italo-canadese tratta da un romanzo di Meir Shalev. Dopo una pausa, durata quasi tre anni Salvatores si rimette in sella, girando un documentario, Petites historias das crianças (2008), progetto a sfondo sociale sponsorizzato dalla società di calcio Inter, per lo sviluppo e l’aiuto dell’infanzia attraverso lo sport.

Dopo questo lodevole progetto il regista ha terminato il suo ultimo lavoro, sta per uscire nelle sale il suo nuovo film, Come Dio comanda (2008), ancora un romanzo, ancora Ammaniti, ancora un’Italia nascosta fatta di pregiudizi e ignoranza, un Italia vera che sembra finta, personaggi finti tristemente veri, e sullo sfondo una provincia del Nord Italia schiava del dio cemento.



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