Colazione da Tiffany, recensione
Holly (Audrey Hepburn) è un’estroversa ragazza molto sofisticata e con qualche scheletro nell’armadio che vive a New York frequentando l’alta società e party esclusivi, sognando di sposare un miliardario per potersi permettere i preziosi della grande gioielleria Tiffany, gioielleria per la quale la ragazza ha una sorta di venerazione.
Nel suo palazzo abita Paul (George Peppard) un giovane scrittore che per mantenersi ferquenta una donna più grande che gli permette di continuare a rincorrere il romanzo perfetto. I due si incontreranno e si scopriranno a vicenda mettendo in luce le ripettive debolezze, come la depressione e l’instabilità che minano il magico mondo creato ad arte da Holly per sfuggire alla sin troppo cruda realtà.
Quando Holly sta per raggiungere il suo traguardo, impalmare un ricco magnate messicano, quest’ultimo si tira indietro ed Holly cercherà nuovamente conforto in Paul sapendo che il suo sentimento verso di lei è reale e genuino.
Colazione da Tiffany segna la conferma definitiva di una diva hollywoodiana che ha fatto dello stile e del glamour il suo marchio di fabbrica e la nascita di un classico di sempre annoverato tra le migliori pellicole della storia del cinema.
Il romanzo di Capote fu trasposto sullo schermo con più di qualche licenza, smussare lo stile caustico dello scrittore americano non fu cosa semplice e infatti quest’ultimo non nascose all’epoca la sua contrarietà ad alcuni cambiamenti apportati alla storia originale, su tutti il lieto fine non previsto nel romanzo originale e la scomparsa della bisessualità della protagonista.
Il regista Blake Edwards (La pantera rosa, Victor Victoria) ci regala una commedia romance molto sofisticata e dai tratti malinconici che permette all’introversa Hepburn di mettersi alla prova ed esibirsi in una grande performance che ancora oggi è considerata da molti la migliore della sua carriera.
Concludiamo con qualche riconoscimento per la pellicola come la nomination per lo sceneggiatore George Axelrod, i due premi Oscar per la miglior colonna sonora e la miglior canzone, la suggestiva Moon river storico evergreen di Henry Mancini e il nostrano David di Donatello come miglior attrice straniera assegnato alla Hepburn.
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