Regole d’onore, recensione

di Pietro Ferraro 3

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Durante un prologo ambientato durante la guerra in Vietnam assistiamo allo sterminio dell’intera squadra guidata dai tenenti Hays Hodges (Tommy Lee Jones) e Terry Childers (Samuel L. Jackson) e alla cattura subito dopo di due soldati vietnamiti, un ufficiale e un marconista, che verranno prima tentati con la libertà in cambio della posizione del plotone responsabile della morte della squadra americana, e poi minacciati di morte dallo stesso Childers, che una volta ottenuta la collaborazione sotto la minaccia di una pistola manterrà la parola liberando l’ufficiale.

28 anni dopo il colonnello Hodges per una ferita di guerra ora è dietro una scrivania, mentre nello Yemen il colonnello Childers è impegnato a proteggere un’ambasciata americana dall’assalto di una folla di manifestanti inferociti, che stanno mettendo a rischio la vita dell’ambasciatore e della moglie.

Childers scorgerà tra la folla individui armati e dopo aver perso tre uomini ordinerà di far fuoco causando la morte di oltre ottanta manifestanti tra cui molte donne e bambini. Questa sua azione lo porterà davanti alla corte marziale con l’accusa di strage, ma Childers sa di non aver violato le regole d’ingaggio vista la morte dei suoi uomini e il pericolo corso dall’ambasciatore.

A difendere  Childers verrà chiamato il suo vecchio commilitone Hodges che ora è un’avvocato, naturalmente il governo americano ha bisogno di un capro espiatorio per la strage e farà pressioni su Hodges affinchè Childers confessi di aver violato le regole d’ingaggio e si dichiari colpevole.

Solido legal-drama con un regista, William Friedkin che è una sicurezza e il solito titolo italiano fuorviante, l’originale Rules of Engagement, si riferisce in questo specifico caso alle regole di ingaggio che regolamentano l’intervento armato e l’uso della forza dei corpi miltari americani in azione contro forze nemiche o presunte tali.

Il veterano William Friedkin che ci ha regalato classici come L’esorcista e Il braccio violento della legge, con quest’ultimo il regista nel 1972 si accaparra cinque premi Oscar tra cui miglior film e miglior regia, a tre anni dal remake La parola ai giurati torna al dramma legale stavolta a sfondo bellico e grazie ad una vasta esperienza nel cinema di genere confeziona una pellicola asciutta ed efficace con un oculato casting e una regia che nobilita uno script vecchia maniera.

A otto anni dal memorabile Codice d’onore di Rob Reiner e a quattro dal deludente Il coraggio della verità di Edward Zwick, il cinema americano torna a parlare di guerra lontano dai campi di battaglia e il risultato è più che dignitoso.

Note di produzione: Friedkin tornerà a lavorare con Tommy Lee Jones tre anni più tardi in Hunted-La preda, nel cast oltre a Ben Kingsley e Guy Pearce anche l’attore televisivo Mark Feuerstein futuro protagonista del serial Royal Pains. Il film all’epoca venne aspramente criticato dalla comunità mediorientale americana che definì la pellicola di Friedkin come il film più razzista mai realizzato da Hollywood contro gli arabi.

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