Recensione: Tony Manero

di Pietro Ferraro 3

Cile 1979, la sanguinosa dittatura di Pinochet ha divorato il paese, ogni voce contraria al regime viene soffocata nel sangue.

In questo disastroso quadro politico ed umano, la miseria e la fame si accompagnano al sogno americano portato in auge dal cinema statunitense, che nutre la fantasia  della popolazione ormai completamente inebetita dalla violenza e da un esercito usato come arma impropria.

In questo desolante paesaggio urbano si aggira la  figura di un ballerino veramente poco talentuoso, Raùl Peralta (Alfredo Castro), che cova una vera e propria ossessione per il film La febbre del sabato sera e lentamente si convince di essere come il protagonista, Tony Manero.

Questa ossessione, nutrita anche dal microcosmo familiare di ballerini falliti e amanti dall’affettività deviata che l’uomo si è costruito attorno, lo porta a compiere atti di violenza estremi che servono a difendere questo edulcorato mondo che ad ogni minuto sembra pronto a frantumarsi e a distruggerne la mente sempre più straniata dal mondo reale.

il regista Pablo Larrain ci cala nel disarmante quotidiano di miseria e fuga dalla realtà ed utilizza una regia totalmente priva di fronzoli, camera a spalla ed una efficace fotografia che ben trasmette visivamente il disagio del protagonista ed  il rassegnato quotidiano del mondo che lo circonda.

Il film è costellato da immagini prive di filtro, non lesina colpi bassi emotivi e scene forti  e dall’impatto disarmante, non si può non reagire con stupore di fronte ad una follia, che a sprazzi esplode e col passar del tempo diviene sempre più mirata, e ben celata, almeno in principio, dalla stralunata mitezza del protagonista.

la politica è presente, ma in modo intelligente rimane al margine, si manifesta attraverso gesti, azioni e parole non dette, tutto il mondo della dittatura cilena arriva ovattato, ma non per questo meno efficace, anzi. Ma sono i rapporti imani, e la follia che lentamente sconfina in questo triste, folle e clownesco Tony Manero a farla da padrone, la fuga in quell’ossessione cinematografica, verso quel nessuno che diventa re per una notte. sembra l’unica via di fuga da una realtà impossibile da accettare.

Un film duro, asciutto e dalla confenzione volutamente sporca e realistica, un piccolo gioiello che merita ogni premio ricevuto, perchè il regista con l’aiuto di un cast che tratteggia personaggi disperati e disperanti, in una volta sola ci racconta di sogni infranti, di vite che scivolano via ed un periodo buio della storia moderna che deve in ogni modo essere ricordato.

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