Pane, amore e fantasia: recensione

di Pietro Ferraro 4

locandina

A Sagliena, paesino del centro-italia, assisteremo alle schermaglie amorose e alle peripezie del maresciallo Antonio Carotenuto (Vittorio De Sica), fascinoso ed attempato sciupafemmine in divisa che nonostante l’avanzare dell’età non rinuncia  a correre dietro a qualche gonna locale, naturalmente con la discrezione che la divisa impone.

Nel sonnolento microcosmo di provincia in cui si muove Carotenuto gravitano la sua zelante domestica Caramella (Tina Pica), la bella levatrice Annarella (Marisa Merlini) che ha attirato da subito le attenzioni del maresciallo e la sensuale e ruspante Maria (Gina Lollobrigida) soprannominata La bersagliera, che nonostante l’apparente sfacciataggine e il caratterino vivace, nasconde il suo amore per il giovane carabiniere Pietro Stelluti (Roberto Risso).

Pane, amore e fantasia e la prima di quattro pellicole che dal 1953 al 1958 racconteranno l’Italia del dopoguerra partendo dalla provincia del film di Comencini, che attraverso una serie di personaggi improntati alla simpatia e alla genuinità, un cast in stato di grazia e una trama esile esile, ma con tutti gli ingredienti giusti per coinvolgere gli spettatori, su tutti l’onnipresente peripezia amorosa, riesce nel lontano 1953 a sbancare i botteghini, dare vita ad un prolifico filone e a lanciare una splendida Gina Lollobrigida, che ritrae un personaggio che rimarrrà nell’immaginario di un’intera generazione di spettatori.

Il regista Luigi comencini dal canto suo non ha mai considerato il suo film un vero classico, nonostante l‘Orso d’oro al Festival di Berlino e il contribuito determinante dato da questa pellicola nell’eleggerlo a padre della commedia all’italiana insieme ai colleghi Dino Risi e Mario Monicelli.

Il film rappresenta un punto di svolta anche per il periodo neorealista italiano che proprio in Vittorio De Sica, protagonista della pellicola di Comencini aveva uno dei suoi massimi rappresentanti  anche a livello internazionale, vedi gli Oscar per Ladri di biciclette e Sciuscià, il film utilizza gli elementi tipici del movimento che ha segnato la storia della cinematografia italiana, vedi l’uso del dialetto, molti esterni, messinscena ridotta all’osso e personaggi genuini e realistici che sbarcano il lunario al limite dell’indigenza e impoveriti dalla guerra.

Comencini ibrida e traghetta il genere, gli toglie l’impronta fortemente drammatica che ne caratterizzava la filmografia donandogli una leggerezza che ritroveremo poi in tanti altri classici a venire e che misceleranno l’arte di arrangiarsi con l’ottimismo di cui gli spettatori reduci dalla devastazione della guerra e in piena fase di ricostruzione necessitavano.

Pane, amore e fantasia è senza alcun dubbio un classico senza tempo, a suo modo speciale nel riportare a distanza di decenni la voglia di vivere sopravvissuta alla guerra e un approccio al fare cinema, ed un’eredità che sempre più raramente ritroviamo nelle nuove generazioni di cineasti nostrani.

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