Il senso del dovere di Jack Torrance

Jack ha negli occhi quella che io definisco la fine delle certezze. E’ ironico che da uno sguardo così torvo e allo stesso tempo sardonico possa scaturire una forma di organizzazione così strutturata, a tratti apparentemente ossessiva.

Il modo in cui affronta il suo soggiorno all’Overlook ha un che di sornione all’inizio, sembra che in qualche modo venga sospinto dall’inerzia del suo passato, di quelli che sembrano solo “errorucci”, macchie delebili di trascurabile entità.

La cascata di sangue che imbratta la mia mente mentre lo guardo esplode all’improvviso sulla mia faccia. Io serro le labbra, le stringo il più possibile perchè niente di quello schifo entri dentro di me. Poi capisco che tutta quella repulsione è dovuta al fatto che tengo gli occhi chiusi.

Quelli si, sono serrati, riesco a barricarli completamente. Esercizio di rilassamento: rilascia le palpebre, rilassa le labbra, apri la bocca e respira, anche se sei immerso in una vasca piena di sangue; tutto, a quel punto, risulterà più semplice.

Vengo inondato dal sapore corposo e dolciastro e mentre perdo coscienza – mentre entro in un altrostato di coscienza – non so perchè ma penso : “redrum”. Mi lascio andare, come durante un esercizio di trainig autogeno: “senti i punti di appoggio del tuo corpo”.

Io li ho persi tutti, non sento più quello che ho sotto, e Jack, con un’ascia in mano, mi spiega che è solo un lavoratore, e che devono solo lasciargli finire il lavoro. Mastica costantemente pasticche di excedrina – esisterà ancora oggi?- e innaffia il tutto con lunghi sorsi di bourbon.

E’ pace o solo stordimento? O forse è solo un padre intento nella difficilissima impresa di educare un figlio. Qualche grammo di forza di troppo, e il braccino di Danny era rotto. Un piccolissimo errore di pianificazione motoria. La moglie poi, lo ha sempre ostacolato. Quella puttana. Povera vittima di un’attrazione statica e potentissima verso l’alcol, la panacea, il nostro Jack ha finalmente trovato un lavoro.

La responsabilità è massima, l’inverno è lungo, e le cose da fare sono tante. Per non parlare dei contrattempi. Anche l’hotel vuole continuare a giocare, strano datore di lavoro. Fedele, rispettoso, e permette anche di bere sul lavoro.

Purchè si continui a lavorare, s’intenda. Parole come “astinenza”, “alcolisti anonimi” et similia sono bestemmie all’interno dell’Overlook. A pensarci bene, semplicemente, non hanno alcun senso. Apro la mia bocca come una cerniera, e mi rendo conto che parte dei pensieri rimangono incollati nella colla coagulata che mi serrava le labbra.

L’Overlook ci vuole come ospiti, Jack ci vuole come suoi ospiti, e vuole fare gli onori di casa. Purtroppo il suo è un lavoro duro, che non si può mai fermare, è un lavoro di responsabilità. Io lo capisco, e dovunque il datore di lavoro voglia andare a parare, ha ragione lui.

La sostanza appiccicosa in cui rimangono invischiati i miei cattivi pensieri è sporca di toast bruciato. Non faccio in tempo a stuprimi di questa cosa, perchè ne sono immerso fino al collo: non c’è caldo, non c’è freddo, non sento più i miei arti, sento solo una fortissima necessità, una dolce euforia, che mi fa venir voglia di portare a termine il lavoro, il più velocemente possibile, sicuramente l’Overlook ne ha un altro in serbo per me, e ancora, e ancora.

E chissà che non riesca a entrare nelle grazie del capo in modo tale, da avere il permesso di partecipare al meraviglioso veglione di capodanno, e magari a entrare nella foto di gruppo. Mi guardo intorno, vedo schizzi di sanguie arterioso sulle pareti, sorrido a Jack: la festa è già cominciata.