Il monaco, recensione

di Pietro Ferraro 5

Un incipit ambientato nel passato vede alcuni soldati nazisti cercare di impossessarsi di un’antica pergamena sacra custodita da un monaco zen all’interno di un isolato e inaccessibile monastero. L’incursione non va a buon fine, uno dei monaci sopravvissuti all’assalto fugge con la preziosa reliquia, il suo compito sarà quella di custodirla e di rintracciare un successore citato da un antica profezia, l’unico in grado di custodire e sfruttare i poteri della pergamena.

Sessant’anni dopo il prescelto in questione si rivela una sgradevole sorpresa, è l’indolente ladruncolo Kar, un vero pessimo elemento, vive di espedienti e non ha nessuna intenzione di perder tempo con reliquie, pergamene, ne tantomeno con il destino del mondo. Il monaco dovrà guardare oltre il caratteraccio e le pessime abitudini di Kar per scoprire un cuore coraggioso ben celato e grazie alla magica pergamena, una strabiliante e inaspettata abilità nelle arti marziali che ne farà il prescelto della profezia.

Il regista Paul Hunter debutta sul grande schermo, nel curriculum oltre cento videoclip e una sequela di nomination agli Emmy per video musicali e spot, con un divertente mix di commedia, fantasy e arti marziali che strizza l’occhio alle produzioni di Jackie Chan e le condisce con la surreale e sbruffona vena ironica dell’ex-American pie Sean William Scott.

A far da contraltare all’indolente Scott, l’ironia e l’indiscusso carisma dell’attore feticcio di John Woo, Chow Yun-Fat, che ci regala una versione illuminata e molto intrigante del Myiagi san di Karate Kid, puntando sull’ironia e giocando rispettosamente con la sacralità delle antiche tradizioni orientali.

Il monaco pur non essendo memorabile diverte e non poco, grazie agli esilaranti battibecchi dei due protragonisti e a una buona dose di arti marziali che rende il film molto dinamico, aggiungiamoci uno script leggerissimo e scorrevole, e un tocco fantastico che non guasta mai.

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