Il missionario, recensione

di Pietro Ferraro 3

Mario (Jean-Marie Bigard) si è sorbito sette anni di prigione per una rapina in una gioielleria che gli ha fruttato una bella borsa colma di gioielli, che l’ex-galeotto ha ben nascosto nella cripta del defunto padre.

Una volta uscito di prigione con ben tre anni di anticipo, vista una provvidenziale riduzione della pena per buona condotta, ad attenderlo i suoi ex-complici pronti a reclamare la loro parte di bottino, ma Mario non è certo uno che la manda  a dire e a suon di testate fa capire ai due che non è il momento più adatto per batter cassa, e che desidera prendersi un pò di tempo per riflettere e calcolare le nuove quote, che dovranno integrare i sette anni di prigione scontati in solitaria.

I due sembrano accettare loro malgrado la proposta, ma la casa in fiamme e l’esplosione della sua amata automobile faranno capire a Mario che è meglio cambiare aria, così l’uomo si rivolgerà a l’unico in grado di aiutarlo a nascondersi, il fratello e sacerdote Patrick (David Strajmayster).

Patrick ha l’idea di spedire il fratello in abito talare in un paesino di campagna dove un sacerdote suo amico di vecchia data lo ospiterà, all’arrivo di Mario però succede l’impensabile, il vecchio prete nel frattempo è deceduto e tutto il paesino scambia Mario per il suo sostituto. Così mentre Mario comincerà suo malgrado a predicare bene e razzolare male, in città il fratello recuperati i gioielli non resisterà al denaro facile, perdendo completamente il controllo e la via della fede.

Prima di tutto specifichiamo che Il missionario vede Luc Besson solo in veste di produttore, alla regia Roger Delattre che sinceramete sembra alquanto lontano dalla qualità degli altri registi promossi sinora dal re dell’action d’oltralpe, infatti quel che si nota subito è un’impronta quasi televisiva della messinscena che si assesta ben presto sul convenzionale.

Detto ciò è indubbio che i novanta minuti scarsi del film scorrano piacevolmente e senza grosi intoppi, tra gag e situazioni paradossali che giocano sulla classica  commedia degli equivoci, con ammiccamenti a pellicole come Non siamo angeli di Neal Jordan, ma soprattutto alla serie di film dedicati al coriaceo Don Camillo, la cui genesi cinematografica ha in parte origini francesi con un primo capitolo ad opera di Julien Duvivier e con protagonista il grande Fernandel.

In questo caso naturalmente il livello punta al ribasso, con una parodia un pò rozza del crime-movie, ma il massiccio ed efficace protagonista con fattezze da rugbista e testata facile, riesce nell’intento di strappare più di qualche risata, e il bucolico paesino della campagna francese accentua una vena nostalgica che ci riporta inevitabilmente con la memoria alla rustica Brescello, fatte naturalmente  le dovute e doverose differenze.

Commenti (3)

  1. e un film bellissimo,tratta un argomento difficile con grande semplicità, cosa non facile, arriva a tutte le persone senza troppi giri di pensieri.
    Se gli intellettuali lo trovano che assomiglia ai film con Fernandel, dico loro che non hanno mai visto Brescello e ascoltato bnene quei film. Qua si ride tra l’altrodall’inizio alla fine

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