Il grinta, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 2

La quattordicenne Mattie Ross  (Hailee Steinfeld) ha perso di recente il padre ucciso vigliaccamente da un certo Tom Chaney (Josh Brolin), uno sbandato col vizio del gioco e dell’alcol che dopo avergli sparato a bruciapelo è fuggito pare per unirsi ad una banda di rapinatori di treni.

La piccola Mattie è un osso particolarmente coriaceo, nonostante la sua tenera età è una brillante ragazza che ama i numeri e la legge, oltre ad avere un indole per la contrattazione davvero sorprendente che l’aiuterà a raccimolare il denaro necessario a dare una degna sepoltura al padre e ad ingaggiare un cacciatore di taglie, affinchè catturi Chaney e lo consegni alle autorità in modo che la legge possa fare il suo corso.

A Mattie viene detto che l’uomo che potrebbe portare a termine l’arduo compito ad un prezzo ragionevole e all’occorrenza senza spargimenti di sangue è il Marshall Rooster Cogburn (Jeff Bridges), che oltre ad avere una passione smodata per la bottiglia è anche  fornito di un pessimo carattere.

Cogburn anche se riluttante alla fine acceterà l’incarico provando inutilmente a sbarazzarsi della testarda ragazzina che invece lo seguirà nella pericolosa spedizione nei territori indiani insieme al Texas Ranger LaBoeuf (Matt Damon), anch’egli in cerca di Chaney per un omicidio commesso in Texas.

Dopo le atmosfere da dissacrante black-comedy del loro A Serious Man, i fratelli Coen decidono di riproporre si grande schermo il remake del classico western Il grinta che nel lontano 1969 fruttò l’unico Oscar della sua carriera all’icona hollywoodiana John Wayne.

In realtà anche se non si è visto l’originale si può tranquillmente godere di questo solido western vecchio stampo attraversato da una sorniona, ma sferzante ironia tipica della scrittura della coppia di cineasti, che in realtà più che alla pellicola di Henry Hathaway si rifanno al racconto originale dello scrittore Charles Portis, donando un gradevole tocco dark all’ambientazione e rispettando appieno tutti i clichè di un genere ormai ben poco prolifico, ma che di recente ci ha regalato ottime pellicole come l’Appaloosa di Ed Harris e l’altro remake di James Mangold Quel treno per Yuma.

Oltre alla messinscena assolutamente immersiva e dotata di un appeal che potrebbe attirare anche i non avvezzi al genere, spiccano senza dubbio i tre protagonisti, uno strepitoso Jeff Bridges fresco di Oscar da godersi assolutamente in originale, un Matt Damon ligio al personaggio che si allena per una statuetta che siamo certi prima o poi arriverà a consacrarne la continua dedizione artistica e infine la vera sorpresa del film, l’esordiente Hailee Steinfeld che con i suoi quindici anni e un talento innato ancora tutto da sfruttare tiene testa ai suoi consumati compagni di viaggio con una naturalezza a dir poco impressionante.

Note di produzione: il film dei Coen ha inaugurato la sessantunesima edizione del Festival di Berlino, oltre al classico del ’69 il racconto di Portis ha ispirato il sequel sempre con Wayne Torna El Grinta (1975) e True Grit, un secondo sequel stavolta per la tv datato 1978 con Lee Montgomery e Katherine Hepburn.

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