A Serious Man, recensione

di Pietro Ferraro 11

Sul finire degli anni ’60 il professore universitario Larry Gopnick (Michael Stuhlbarg) sta ricevendo il ben servito dalla moglie Judith che gli comunica che nella sua vita è entrato un vero uomo, un certo Sy Ableman che dovrebbe dargli più concretezza e qualche sicurezza in più del bonario e poco incisivo Larry.

Anche in casa Gopnick le cose sono alquanto caotiche, mentre il divano è occupato a tempo pieno dal fratello disoccupato, Larry se la deve vedere con un figlio che frequenta con pessimi risultati la scuola ebraica e una figlia che gli saccheggia quotidianamente il portafogli, perchè non contenta del suo aspetto ed aspira ad un costoso intervento chirurgico.

Al lavoro peggio ancora, oltre ad uno zelante studente che tenta di corromperlo prima e di ricattarlo poi, Larry riceve alcune lettere anonime decisamente minacciose, insomma l’quilibrio psichico per Larry  si fa sempre più precario, e dopo l’ennesima visione della vicina intenta a prendere il sole nuda, l’estrema decisione di ricorrere al supporto spirituale di tre rabbini che forse hanno la chiave per superare tentazioni e momenti bui, funzionerà?

Dopo le atmosfere da spy-story di Burning After Reading, il registro comedy sembra destare ancora l’attenzione dei fratelli Coen, il loro impareggiabile humor nero e l’atmosfera surreale che miscela grottesco cinismo e paradossi esistenziali qui si sfuma, per concentrarsi su un unico personaggio davvero memorabile e ideando un microcosmo creato ad arte per minarne l’infinita pazienza, una sorta di fantozziana versione Yiddish in cerca di un’ancora di salvezza cui aggrapparsi mentre tutt’attorno il mondo impegnato in una folle corsa si sgretola senza posa.

In A serious man la travagliata odissea di Gopnick diventa materia da black comedy come nella migliore tradizione del sarcastico duo di cineasti, che anche in questo caso lavorano in perfetta simbiosi occupandosi sia della sceneggiatura che della regia.

I Coen non riescono sempre ad arrivare a tutti, il loro humour e i loro film possono sembrare a volte ostici proprio perchè molto personali e carichi di nonsense, quindi chi non ha mai particolarmente apprezzato il loro lavoro  continuerà per la sua strada, chi invece come il sottoscritto ha imparato con il tempo ad apprezzarne le paradossali e nerissime incursioni nei generi, apprezzerà ancor di più questo loro ultimo lavoro, forse uno dei più personali e proprio per questo imperdibile.

Commenti (11)

  1. Mai visto un film più inutile,però fa sicuramente figo dire che questo genere di film piace….

  2. a parte il fatto che il film è ambientato alla fine degli anni ’60 (1967) e non ’70 come scritto all’inizio di questa recensione.. per il resto, a parte qualche errore (il microfono in scena, gli album Abraxas di Santana e Cosmo’s Factory dei Creedence Clearwater Revival, entrambi usciti nel 1970, cioè 3 anni dopo), il film mi è piaciuto molto: fantastiche le colonne sonore, non male la fotografia, estrosi come al solito (e forse più del solito) i Cohen..

  3. @ Marco:
    Grazie della segnalazione e naturalmente per il commento, 🙂

  4. Mi permetto di aggiungere che, infarcito com’è di riferimenti alla religione e cultura ebraica, questo film dei fratelli Cohen può risultare ancora più ostico, più degli altri, per lo spettatore che non ha confidenza con questi temi.

  5. @ psicomachia:
    concordo, grazie per il commento. 🙂

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