Fenomeno Cloverfield: un superstite

di Enrico.Nanni Commenta

Non posso rivelare il nome della persona che mi trovo davanti: ho ricevuto questo incarico speciale da perosne di cui non dovete sapere il nome, e nemmeno l’organizzazione di appartenenza. Tutto quello che posso dire è che il mondo, adesso, non è quello che era un tempo.

La persona che ho davanti soffre di un Disturbo Post Traumatico da Stress: i sintomi ci sono tutti. Prendiamoli uno per uno: insistenti ricordi dell’evento traumatico tramite incubi, immagini, pensieri o percezioni. Smith, così lo chiameremo, non dimenticherà mai quello che ha vissuto. Il ricordo è pervasivo, è invadente, è aggressivo. Entra nella sua giornata con prepotenza, entra con violenza e con prelazione.

Vogliamo poi parlare della costante sensazione di rivivere il momento come se si stesse ripresentando davvero? IL mostro, il colosso, è su di lui. La sua sopravvivenza è semplicemente un effetto collaterale. E’ vivo per distrazione.

La bocca del mostro gigantesco che spazza via i grattacieli con distrazione è spalancata come una voragine infernale, come, lo aspetta, lo vuole, lo brama, ma sempre con un certo distacco: forse è proprio questa la cosa peggiore: morire come se si fosse un insetto spazzato via da un’automobile in corsa.

Cloverfield non è il nome di un mostro, è il nome in codice di un fenomeno, un fenomno che ci coinvolge in quanto parti di un tutto. Il paziente accusa un intenso disagio alla vista di qualcosa che può ricordare l’accaduto, che si tratti di un luogo, di una persona, di un oggetto.

Vede in me una parte del mostro, perchè il mio compito è quello di strapare qualcosa dl suo interno, quello di sviscerarlo, di asportare, con una micidiale maieutica, quello di cui è stato testimone, queello che gli è toccato vedere.

I suoi occhi segnati denunciano l’evitamento dei pensieri, delle sensazioni, luoghi e persone che ricordano il trauma; ogni volta che nomino il mostro, cambia discorso; mi chiede che ore sono, mi chiede che ore erano, mi chiede che ore saranno.

Evita di instaurare una discussione riguardo al trauma, ma a volte non sa davvero come fare. Io ci provo, e lui mi parla del tempo. Del tempo che fa, del tempo che faceva, del tempo che farà. Alcuni aspetti relativi all’evento, poi, non li ricorda proprio.

I parenti di Smith – almeno quelli che sono sopravvissuti allo sfacelo – denunciano un clamoroso calo dell’interesse per le attività in generale; il paziente non vuole più niente, come se la pretesa di qualsiasi cosa potesse in qualche modo essere un richiamo per il ritorno della bestia.

Non riesce a non trasmettere quella greve sensazione di distacco nei confronti degli altri; prova evidentemente una certa difficoltà nel sentire e conseguentemente mostrare sentimenti nei confronti dl prossimo.

Non dovrei dirlo, per un fatto meramente professionale ma… Come dargli torto? Dopo che hai visto una cosa dle genere, che razza di prospettive si possono avere? Che futuro si può concepire? Un futuro che ingoia te, il tuo mondo, la tua città, tutto. Non c’è più niente.

Firmo la perizia e lo portano via, lasciandomi solo con le mie scartoffie.

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