Driven, recensione

di Pietro Ferraro 2

L’ex-pilota e mago dei motori Joe Tanto (Sylvester Stallone) viene richiamato dalla sua vecchia scuderia e dal boss Carl Henry (Burt Reynolds) per affiancare una giovane e talentuosa promessa della Formula Kart, Jimmy Bly (Kim Pardue) che deve vedersela con l’ascesa dell’altrettanto talentuoso rivale Beau Brandeburg (Til Schweiger).

A creare problemi al giovane Bly, tanto per cambiare c’è l’ex di quest’ultimo, ora fidanzata dell’odiato rivale, così Tanto si troverà per le mani un bel problema di ormoni e una sfida a singolar tenzone per la donzella di turno, che finirà in pista con deleterie conseguenze sui risultati agonistici.

Vedremo Tanto diventare prima avversario, poi mentore ed infine figura paterna per il giovane Bly, che superate le fisiologiche crisi di crescita imparerà dal saggio ed esperto collega/allenatore il codice del pilota e tutte le sue importanti regole di condotta.

Il regista Renny Harlin prende il carismatico Sylvester Stallone per mettere in scena il fascino delle corse automobilistiche, che bisogna dire in versione agonistico-sportiva non hanno avuto grande attenzione dal cinema, ricordiamo tra gli altri il divertente Giorni di tuono di Tony Scott che per impatto spettacolare ed un approccio poco realistico al tema, deve essere stata fonte d’ispirazione per il regista.

Purtroppo il film di Harlin, tranne che per la bella confezione e il corposo comparto effetti speciali è decisamente vuoto, oltre ad un giovane co-protagonista totalmente inespressivo che va di pari passo con una patinatura davvero fastidiosa in stile spot televisivo, Harlin non è certo Tony Scott e si vede, Solo Stallone e Burt Reynolds si salvano dalla desolazione di un cast scialbo e da personaggi tagliati con l’accetta, il primo perchè il film è costruito intorno al suo personaggio e il secondo perchè mette in campo un carisma ed un’esperienza ineguagliabili, come si dice non esistono piccoli ruoli, ma solo piccoli attori.

Driven resta un fumettone senza pretese, ma anche senza un minimo di appeal se non il patinato look che potrebbe attirare qualche appassionato che magari preferisce i box e il dietro le quinte delle corse automobilistiche tra modelle abbronzate e glamour da riviste sportive, ad un minimo di realismo o perlomeno una messinscena un minimo credibile.

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