Don Camillo, recensione

di Redazione 5

1948, in quel di Brescello, ridente pasesino di campagna romagnolo è in atto una piccola guerra tra il parroco don Camillo e il sindaco del paese il sanguigno Peppone.

I due battibeccano in continuazione per una questione di politica e di competenze, mentre il sindaco è un comunista di quelli duri e puri, che guarda di traverso la chiesa e tutti i suoi rappresentanti e simboli come l’idealizzata madre Russia gli ha insegnato, dall’altra parte l’agguerrito don Camillo difende con le unghie e con i denti il suo essere l’ultimo baluardo di difesa contro l’orda di senzadio capeggiata dal suo rivale che vorrebbe ridurlo al silenzio su ogni questione diciamo terrena.

Cosi ogni piccolo problema diventa l’ccasione per i due di lasciarsi in ripicche e dispetti, vedi il battesimo del figlio di Peppone, un movimentato sciopero di mezzadri, o l’amore contrastato di due giovani che vedono i genitori su opposte fazioni, figlio di comunisti lui, figlia di ricchi proprietari terrieri lei.

Il temperamento di don Camillo e i suoi eccessi lo costringono a ripetuti confronti coi piani alti, in particolare con il crocefisso sull’altare della sua chiesa, è da li che arrivano rimbrotti e lavate di capo, non parliamone dopo l’ennesimo battibecco con rissa che finisce per costringere don Camillo ad un esilio forzato in un paesino di montagna.

Nonostante questo i due avversari sul campo in realtà nutrono un grande rispetto l’uno per l’altro e riescono comunque a trovare un compromeso quando si tratta di interessi più alti, mettendo al di sopra di tutto il bene del loro paese e dei propri concittadini.

Una partita del genere andava giocata di fino, politica e commedia, ragione e sentimento, materiale che negli anni ’50 poteva creare qualche fastidioso effetto collaterale, così i produttori dell’epoca decidono di affidare la regia ad un cineasta d’oltralpe, Julien Duvivier che regala al film un tocco leggero e sempre perfettamente equilibrato, nasce così una grande serie di successo che lancerà un’altra inossidabile accoppiata vincente della commedia italiana, Gino Cervi e Fernandel.

Il film è liberamente ispirato alla raccolta di racconti di Giovanni Guareschi Mondo piccolo: don Camillo (1948), nella versione francese compaiono alcune sequenze tagliate nella versione italiana, mentre nella versione inglese la voce narrante è di Orson Welles. Il regista Julien Duvivier dirigerà anche il sequel Il ritorno di don Camillo (1953).

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