B-cult: Il commissario di ferro

di Redazione 2

Era il 1978 quando il commissario di ferro Maurizio Merli, clone del collega Franco Nero, si lanciava in scazzottate, sparatorie ed inseguimenti pronto a utilizzare qualsiasi mezzo per estirpare il crimine da una città stremata dalla violenza.

Il poliziesco all’italiana, genere peraltro molto amato all’estero da registi del calibro di Quentin Tarantino, e bisfrattato all’epoca dai vari critici che lo collocavano non solo come sottogenere violento e inconsistente, ma visti i tempi e le filosofie di pensiero tendevano erroneamente a ghettizzare questo filone collocandolo anche politicamente.

Il commissario di ferro è uno dei più efficaci poliziotteschi del periodo, così sono stari ribattezzati oggi questo genere di film, e specifico efficace e non artisticamente il migliore, perchè di pezzi rari ce ne sono e sicuramente ne parleremo in seguito, ma questo film in particolare colpisce per una regia asciutta, diretta e una recitazione di Merli assai realistica, una buona caratterizzazione di un poliziotto duro, e mai rassegnato.

La storia è lineare, come tutte le trame del filone, la si potrebbe tacciare di prevedibilità, ma in un genere come questo sarebbe un’affermazione risibile, non è certo l’originalità che si cercava all’epoca, ma l’intrattenimento puro.

Il commissario Mauro Mariani è un tipo dai modi spicci che non conosce le mezze misure, e questo gli costa il passaggio dalla squadra mobile ad un lavoro d’ufficio in un piccolo commissariato, l’ex moglie ed il figlio finiscono sotto la minaccia di un folle armato che irrompe nel commissariato in cerca di Mariani in quel momento assente. Mariani dovrà vedersela con il rapimento del figlio e con le conseguenze di  un arresto avvenuto tempo prima, che sembra abbia causato il suicidio di un uomo.

Da rivalutare perchè: anche se non il migliore dei polizieschi in circolazione, e denigrato da una parte dei nuovi cultori del genere, si rivela invece godibile e ben girato.

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