Cocainorso il film che davvero non ti aspetti

Cocainorso è uno di quei film che entrerà nella lista di assurdità che avete visto durante la vita e si piazzerà sicuro nelle prime posizioni e per quanto possa sembrarvi assurdo l’idea che un orso assumi cocaina ed ammazzi tutti è ispirato da una storia realmente accaduta. L’ultimo progetto di Elizabeth Banks è letteralmente un film su un orso che ingerisce una 30ina di kg di cocaina per un valore stimato di 15milioni di dollari dalla storia vera si racconta che partì poi la caccia alla droga scomparsa. A giudicare dal trailer di Cocainorso, questo è quando l’orso, che fù soprannominato Pablo Escobar, sotto il suo effetto inizia a causare caos.

La trama sembra ridicola, ma in modo tale che sembra già destinata a diventare un successo strepitoso quando la data di uscita di Cocainorso del 24 febbraio 2023 si avvicina. La vera storia di Cocainorso ha avuto luogo nel Kentucky e in Georgia nel 1985. Un contrabbandiere di droga ha sbagliato il lancio di un carico di cocaina sopra la Chattahoochee National Forest della Georgia scaraventandolo da un piccolo aereo. Il corriere non si è prodigato nel recuperare il pacco spedito male, ma l’orso nella vita reale che ha mangiato cocaina non si è davvero arrabbiato bramando sangue come capita nel film e come vedrete nel trailer, questo è solo frutto del genio di Elizabeth Banks.

Com’è andata realmente?

Il carico della spedizione di Andrew Carter Thornton è stato trovato dalla polizia insieme all’orso che stava mangiando la cocaina. Quando le autorità hanno finalmente rintracciato l’ultimo sacco di cocaina, lo hanno trovato completamente vuoto, mancavano i 35 chili di cocaina per un valore di circa $ 15 milioni che sarebbero dovuti essere nei sacchi. Nello stesso punto, però, l’orso che aveva mangiato la cocaina è stato trovato morto per overdose. Questa storia ha rapidamente guadagnato all’orso i soprannomi di “Cocaine Bear” e “Pablo Escobear”, dal nome del signore della droga colombiano Pablo Escobar. Ulteriori indagini, tuttavia, hanno rivelato un altro mistero.

L’orso nero è morto per una lunga lista di concause associate a un’overdose fatale di droga del tipo: emorragia cerebrale, insufficienza respiratoria, insufficienza cardiaca, ictus, ipertermia e insufficienza renale, tra gli altri sintomi. Dall’autopsia è emerso poi che il suo stomaco era ovviamente colmo di cocaina. È stato il primo essere vivente ad aver consumato una tale quantità di cocaina e seppur il suo stomaco fosse pieno, nel sangue ne sono stari rivelati solo 4 grammi. È impensabile infatti che il corpo, anche se possente come quello di un orso, riesca ad assorbire quella quantità di cocaina, soprattutto se di una sostanza per cui bastano anche pochi grammi per essere fatale.

Bambi horror: il dolce cerbiatto diventa un killer

Inutile dirvi che a voler fare un film de genere è la stessa società di produzione dietro il grande successo Winnie the Pooh: Blood and Honey. Sì, Bambi, l’adorabile e triste cervo a cui viene brutalmente uccisa la madre dalla mano umana, sarà il protagonista di un nuovo film, realizzato da Jagged Edge Productions e ITN Studios.  Sarà diretto da Scott Jeffrey, che ha già diretto il film slasher dell’orsetto Winnie.

Mentre i dettagli della trama del nuovo film devono ancora essere annunciati, anche se immaginiamo quale possa essere il movente da scatenare la furia di Bambi, Jeffrey ha detto ai fan di prepararsi per un risvolto assasino del dolce cerbiatto che sarà tutt’altro che volubile. Sempre parlando del nuovo film, il regista ha dichiarato:Il film sarà una rivisitazione incredibilmente oscura della storia del 1928 che tutti conosciamo e amiamo. Trovando ispirazione dal design utilizzato in The Ritual di Netflix, Bambi sarà una feroce macchina per uccidere che si nasconde il deserto. Preparati per Bambi sulla rabbia!” Come riportato da Dead Central. Jeffrey sarà affiancato dal produttore Rhys Frake-Waterfield, che ha diretto Winnie the Pooh: Blood and Honey.

Per chi non l’avesse saputo, il film horror ha visto l’orso dei cartoni animati preferito da tutti trasformarsi in un folle assassino. Infatti la trama vede Pooh e Pimpi scatenarsi violentemente dopo che Christopher Robin li ha abbandonati. Un film che lascia davvero un impatto a detta dello stesso interprete che ha vestito i panni del Pooh assassino, l’attore Craig Dowsett. “Quando ho letto la sceneggiatura per la prima volta, sapevo che sarebbe stato speciale! Mi ha lasciato sbalordito, stupito ed eccitato. Allora ho capito subito che interpretare il ruolo di Winnie the Pooh in questa rivisitazione dell’orrore sarebbe stato un viaggio epico“.

E cosa comporta quell’epico viaggio attraverso il Bosco dei 100 acri?  Bene, come ha spiegato Craig, è piuttosto intenso: “Gli spettatori possono aspettarsi una trama seria con molta violenza e sangue, non per i deboli di cuore“. Sebbene non ci sia una data di uscita attualmente confermata per il film, Craig ha anticipato che un seguito potrebbe essere a portata di mano: “Il regista aveva già parlato del suo desiderio di realizzare un sequel, quindi solo il tempo lo dirà, ma sì, lo sarei sicuramente interessati a farne parte ancora una volta“. Il resto del cast include Amber Doig-Thorne, Danielle Scott, Maria Taylor, Danielle Ronald, Natasha Tosini, May Kelly, Paula Coiz e Natasha Rose Mills. Se ti stai chiedendo perché Pooh Bear e Bambi stiano subendo un restyling radicale, il motivo risale al fatto che la Disney non detiene più i diritti esclusivi sui personaggi, rendendolo dunque i personaggi adatti per gli amanti dello slasher.

Salvare la magia del cinema è possibile

cinema report2

Detto tra noi, se si vuole dare la colpa alla pandemia lo si può anche fare, ma la crisi del cinema italiano è ormai radicata nel Paese. Era iniziata ben prima del Covid e sta continuando inesorabilmente, per via delle mille difficoltà che i gestori dei cinema sono costretti ad affrontare. Anche se i 2 anni di stop e le restrizioni imposte alla riapertura di sicuro non hanno aiutato.

L’allarme è stato ormai lanciato: la magia deve essere salvata. Andare al cinema deve tornare a far parte delle nostre abitudini, mettendo da parte le piattaforme in streaming di ampio utilizzo tra gli spettatori. A onor del vero, anche queste ultime stanno registrando una battuta di arresto – con Netflix che, nei primi due trimestri del 2022, ha perso un gran numero di abbonati.

A cercare di dare una risposta alla domanda su come salvare le sale dei cinema arriva il report iSay Group, con un resoconto molto dettagliato della situazione e alcuni spunti davvero sorprendenti.

L’Italia dei video sul web

Mentre negli altri Paesi europei le sale si stanno riprendendo, in Italia la crisi sembra ancora farla da padrone. Una problematica che sembra avere le sue radici nella crescente fruizione di video sul web. A partire da YouTube, per poi spostarsi sulle piattaforme in streaming. I numeri parlano chiaro: l’Italia ben presto scalerà la quinta posizione nella classifica nel consumo di video.

Un trend che non poteva non avere delle conseguenze anche sui film e che sta aggravando l’abbandono delle sale cinematografiche. Ma andare al cinema non è certo come guardare da casa. Quindi una speranza ancora c’è.

Andare al cinema fa bene

No, non parliamo solo all’aspetto economico. Andare al cinema fa bene realmente – e lo dimostrano alcuni studi in questione. Sedersi in una sala cinematografica insieme ad altre persone coinvolge di più e aumenta la concentrazione. Ci si sente parte di una comune esperienza, tanto è vero che, dopo un po’, i battiti degli spettatori tendono ad allinearsi.

È questa la magia del cinema. Ed è da qui che occorre partire per la rinascita delle sale cinematografiche, che stanno morendo a favore dei divani. La soluzione? La collaborazione: streaming e cinema non devono essere come due supereroi contrapposti, ma cooperare per la salvezza dei sogni, della fantasia, delle emozioni e dell’Arte.

Il cinema deve continuare a esistere – e lo deve fare ad alto livello, per riuscire a offrire ancora dei capolavori. Di quelli che fanno battere insieme i cuori. Altrimenti, avremo perso tutti.

 

Leggi ora il report di I SAY:

https://isay.group/superpoteri-per-superproblemi-come-salvare-sale-di-cinema-e-streaming/

 

Matti per il calcio, la nuova serie Rai con Sergio Castellitto

Sergio Castellitto
Matti per il calcio con Sergio Castellitto

Matti per il calcio, è il nuovo film italiano, prodotto da Rai fiction e Mad Entertainment, che andrà in onda nel prossimo giugno 2021. Ispirata ad una storia vera, la storia si ispira ad un documentario che nel 2016 conquistò il David di Donatello. La regia è stata affidata a Volfango De Biasi, e il cast è composto da attori italiani di rilievo, tra cui Sergio Castellitto, Massimo Ghini e Max Tortora.

 

Matti per il calcio, è un film  di spessore, che racconta della storia di un gruppo di pazienti psichiatrici, che trovano nel gioco del calcio una terapia. E’ un tema sensibile, profondo, capace di toccare le corde dell’animo più profonde. I pazienti psichiatrici, appartengono da sempre ad una categoria fragile: la storia ha come scopo quello di mostrare -ancora una volta- l’altra faccia della medaglia, quella dell’integrazione, della socialità, del superamento delle barriere. I malati non sono “diversi”, e non vanno considerati come tali: in alcuni casi, anche se non sempre, la socialità, lo spirito di gruppo, lo stare insieme, l’avere uno scopo, può risultare più funzionale di moltissime altre terapie farmacologiche.

 

Matti per il calcio, è un film sensibile, che porta alla riflessione e all’apertura: il gioco è la medicina, l’essere una squadra è la medicina, lo stare insieme e sentirsi come gli altri è la terapia. In questa fiction Sergio Castellitto interpreta il ruolo dello psichiatra e del capo-squadra: il suo personaggio crede fermamente che esistano delle terapie alternative a quelle mediche e appoggia la squadra in questa iniziativa, supportandoli costantemente. Max Tortora, è l’allenatore della squadra, personaggio altrettanto positivo, che affianca quello di Castellitto. Massimo Ghini, interpreta invece lo psichiatra antagonista, che legato agli approcci classici della medicina, propugna un costante scetticismo nei confronti di questo approccio nuovo.

 

Il film è stato girato a Roma: le riprese sono iniziate a dicembre e sono terminate a gennaio 2021, per un totale di sei settimane. La fiction andrà in onda a giugno. E’ molto attesa dai fan, che attendono l’ennesimo capolavoro Rai, ed effettivamente, la tematica e il cast, sono già da soli promettenti per un certo capolavoro che lascerà un segno importante. Un film tv che aprirà una finestra di riflessione, che darà la possibilità ancora una vota di toccare tematiche importanti e delicate: dunque ancora una volta la tv potrà essere attraverso i suoi prodotti istruttiva e maestra verso un pubblico sempre più variegato ed intelligente.

 

Notturno di Zu Quirke – Recensione

notturno di zu quirke

Se c’è un film che racconta la tossicità della competizione, questo è Notturno di Zu Quirke. L’ossessione del primeggiare, dell’individuare un avversario da superare per potersi superare diventa il sonno della ragione che genera mostri.

Il contesto è quello musicale e la trama è scandita dalle note di pianoforte che fanno parte di un’opera continua e accurata nella scelta dei dialoghi e delle terminologie. Mani che si muovono sui tasti e mani che distruggono.

Juliet è la gemella di Vivian ed entrambe hanno coltivato la passione per il pianoforte dalla tenera età. Un percorso, il loro, che le fa approdare alla prestigiosa scuola Julliard. Vivian è più talentuosa e per questo ha le attenzioni del docente. Juliet rimane un passo indietro, fino a quando non trova un quaderno misterioso appartenuto a Moira Wilson, studentessa che si è suicidata proprio in quella scuola.

Il quaderno di Moira ospita pentagrammi, disegni e strani simboli. Juliet lo sfoglia e scatena qualcosa. Chiunque si trovi tra lei e i suoi obiettivi verrà distrutto, ma la vera distruzione è propria della ragazza che nella sua ossessione per il traguardo finirà per travolgere anche Vivian, che diventa vittima della feroce scalata di Juliet.

Gli esami, le prove e infine il concerto, il coronamento del successo e la conferma di Juliet come piccolo fenomeno in grado di fare magie con il pianoforte. Vivian si è rotta un braccio e non potrà suonare, ed ecco la prima vittoria di Juliet che finalmente non ha rivali. Non si rende conto, Juliet, che il suo farsi terra bruciata intorno nello stato di ipnosi indotto dal quaderno di Moira finirà per divorarla.

Alcuni punti deboli: il quaderno di Moira somiglia al Death Note giapponese e i misteriosi simboli in esso contenuti sono chiaramente lettere trascritte al contrario, ma Juliet sembra accorgersene solo dopo la prima metà del film.

Un finale a sorpresa, tuttavia, stravolge il godimento del film e restituisce un racconto acido e malato, che ci parla della perversione dell’individualismo e della pericolosità dell’amor proprio. Juliet non dosa la sua voglia di emergere e per questo ne diventa vittima.

Ci si perde letteralmente negli occhi malvagi e magnetici di Sydney Sweeney (Juliet), che sanno ammaliare e farti rabbrividire per la loro profondità. Notturno di Zoe Quirke è la faccia più dannata delle ambizioni, spesso costellate di violenza psicologica, indifferenza e arrivismo devastante, cose che sono anche tipiche di alcune relazioni amorose.

Teatri chiusi? Su Netflix c’è Cadaver – Trama e trailer

cadaver

Cadaver è su Netflix e in pochi lo sanno. Un film che sembra mostrare tutta la catastrofe che la nostra mente vive per via del DPCM, della pandemia e della frustrazione che diventa una sommatoria dei primi due elementi. Diretto da Jarand Herdal, è ambientato in Norvegia in uno scenario apocalittico. La città e il Paese sono distrutti e gli abitanti dovranno arrangiarsi. Tutto si muove intorno a Leonora, Jacob e la piccola Alice, una famiglia che vive il suo dramma cercando di restituire una vita dignitosa alla figlia.

Ecco la trama riportata da Coming Soon:

Un giorno, l’hotel della loro cittadina attira numerosi spettatori in strada per invitarli a uno spettacolo teatrale, presentandolo come l’esperienza più entusiasmante della loro vita. Ma ad attrarre Leonora e le altre persone è in realtà l’offerta gratuita di un’abbondante cena. Dopo aver convinto Jacob, la donna cede tutti i suoi risparmi per acquistare i biglietti e la sera la famiglia raggiunge l’hotel. Ad accoglierli nel lussuoso edificio è il proprietario, nonché direttore dello spettacolo, Mathias (Thorbjørn Harr), che dopo aver fatto accomodare e saziare i suoi ospiti inizia a presentare l’opera a cui i presenti assisteranno. A tutti vengono consegnate delle maschere da indossare e il “regista” spiega loro che saranno l’unico legame con la realtà: tutto l’hotel è infatti il palcoscenico e chiunque è senza maschera, un attore. Purtroppo però, i protagonisti si renderanno presto conto che nulla è come appare tra le mura dell’edificio e un’atmosfera oscura e macabra inizia ad avvolgere Leonor e Jacob, i cui dubbi diverranno spaventosamente reali quando a un certo punto la loro piccola Alice scompare.

Il film è disponibile su Netflix e sta ricevendo commenti positivi. Chi lo ha visto afferma che in questo momento storico Cadaver potrebbe essere il film perfetto per trovare sfogo per la nostra frustrazione. Ciò che Jacob e Leonora si ritrovano ad affrontare è un claustrofobico teatro immersivo che può inghiottire chi vi partecipa.

Cadaver si candida ufficialmente come il film di Halloween per eccellenza, senza zucche intagliate né fantasmi che bussano alla porta. Ecco il trailer di Cadaver, disponibile su Netflix.

L’Esorcista raccontato dallo stesso William Friedkin in Leap Of Faith (trailer)

Quando William Friedkin parla del suo capolavoro L’Esorcista non parla di un film dell’orrore ma di un film sul mistero della fede. Lo si comprende benissimo anche dalle poche parole che sentiamo nel trailer di Leap Of Faith, un saggio cinematografico firmato da Alexander O Philippe. Parliamo di saggio e non di documentario in quanto O Philippe ha incontrato Friedkin per sei giorni di fila e si è fatto raccontare tutto l’universo spirituale dello storico regista.

Questa la sinossi riportata dal sito ufficiale della Biennale di Venezia:

Leap of Faith, un saggio cinematografico lirico e spirituale su The Exorcist (L’esorcista) indaga gli abissi inesplorati dell’immaginazione di William Friedkin, le sfumature del suo processo realizzativo e i misteri della fede e del destino che hanno plasmato la sua vita e la sua filmografia.

L’opera di O Philippe ci fa capire che nonostante siano passati 40 anni dall’uscita dell’epico film nelle sale, L’Esorcista è un film che appartiene a tutti, come un organo vitale. In Leap Of Faith (letteralmente “atto di fede”), William Friedkin racconta l’opera di decostruzione e riassemblaggio del libro di William Peter Blatty, mostra gli appunti presi nelle fasi di lavorazione del film e ripercorre quei giorni sul set.

Una messa a nudo, si può dire, che Friedkin offre a O Philippe per svelare, una volta per tutte, tutto il suo universo artistico e mentale. Alla telecamera di Leap Of Faith Friedkin snocciola gli aneddoti sulle sue fonti di ispirazione – il nostro Caravaggio, per esempio, gli ispirò la distribuzione della luce in molte scene – e su quella volta in cui sferrò un pugno a un attore per rendere credibile la sua angoscia da fissare sulla pellicola.

L’Esorcista, oggi, è quel film che tutti dovrebbero vedere per avere un’idea di cosa sia il cinema dell’orrore, quello vero, quello che parla del diavolo con un taglio laico. Gli occhi di Regan, una volta che li incontri, ti si incollano addosso e non ti mollano più, e questo William Friedkin lo sa benissimo.

Leap Of Faith sarà disponibile dal 19 novembre sulla piattaforma statunitense Shudder.

3 From Hell di Rob Zombie non chiude dignitosamente la trilogia

Il senso del titolo non è il presagio di un potenziale seguito, ma una mancata dignità nel chiudere i tre episodi della famiglia Firefly che ci avevano dato tanta speranza per un ritorno al periodo d’oro dello slasher-movie e dello splatter gratuito e senza freni: 3 From Hell di Rob Zombie non era un film necessario se non per aggiungere un ulteriore capitolo e gettare nel dimenticatoio quella che poteva essere una bella storia.

Una trilogia necessaria?

Trilogia, sì, perché per chi è ancora digiuno del cinema di Rob Zombie è tempo di sapere che 3 From Hell è il terzo capitolo della saga dei Firefly, la famiglia di redneck senza una morale che ammazza il tempo seviziando, torturando e uccidendo persone colpevoli di essere al mondo. Ci siamo appassionati a loro con La Casa dei 1000 Corpi (2003), che ci restituiva quel teatro delirante e acido dei tempi di Non Aprite Quella Porta (1974) di Tobe Hooper, vero e proprio slaughter-movie in cui nemmeno lo spettatore riesce a fuggire dalla follia omicida e claustrofobica di una famiglia completamente folle, cannibale e sanguinaria.

C’è di più: ne La Casa dei 1000 Corpi Rob Zombie è stato capace di non farci rimpiangere Leatherface grazie alla presenza di un Sid Haig nel ruolo del Capitano Spaulding, ma soprattutto un Matthew McGrory nel ruolo di Tiny Firefly, il freak che nel teatro di psicopatici che si consuma all’interno delle case rurali americane non deve mancare.

Un semplice scenario: sfigatelli che finiscono nell’abitazione della famiglia Firefly e si ritrovano in un inferno di sangue e violenza.

Si ricomincia con La Casa Del Diavolo (2005), secondo capitolo in cui i Firefly devono fare i conti con la polizia e fuggono seminando morte, violenza e sangue a chiunque si trovi sulla loro strada. Sembrava un finale decente, quella pioggia di proiettili che investiva Spaulding, Baby e Otis in fuga dalla vendetta dello sceriffo Wydell.

Un film fine a se stesso

Non sappiamo se la scelta di girare 3 From Hell sia tutta di Rob Zombie o se ci sia stata una grande richiesta del pubblico, sta di fatto che il film inizia con i 3 personaggi ridotti a un colabrodo recuperare la salute e scontare la loro pena in carcere.

Fuggiranno dalle patrie galere, ma non tutti. Baby e Otis ritroveranno la libertà con l’intervento di Winslow Foxworth Coltrane,  mentre di Sid Haig (Spaulding) ci dimenticheremo presto. I “3 dall’inferno” non sono altro che i soliti redneck che di nuovo cercano la fuga seminando morte e sangue, ma questa volta puntano verso il Messico dove non sono ricercati. Il loro ultimo teatro di lotta sarà proprio quel Messico in cui vive il figlio di una delle loro vittime, che dà loro la caccia e arriverà con un esercito di messicani malavitosi armati fino ai denti, mascherati e corpulenti. Tutto prevedibile, sappiatelo, soprattutto nel finale.

I personaggi

Baby Firefly è sempre più fuori di testa e perversa, mentre l’Otis che nei capitoli precedenti era il secondo personaggio pulp insieme a Spaulding (che qui vedremo soltanto nei primi minuti del film) lo troviamo stanco e svogliato, dalla lingua poco pungente e totalmente assorbito dall’ombra di Coltrane, personaggio inedito della trilogia ma che letteralmente – in termini di violenza e sadismo – fa il cu*o agli altri due.

Il risultato è un teatro dell’assurdo e non nel senso storico del termine: il film, oggettivamente, ha poco senso se non quello di farci ritrovare personaggi che non si sono evoluti e che a questo giro vengono accompagnati da una nuova comparsa ben più interessante dei nostri vecchi.

Cani Arrabbiati di Mario Bava (1974), a quanto pare, non riesce a dare una lezione a tutti e Rob Zombie ha avuto la presunzione di tentare una chiusura dignitosa della trilogia. Fallendo. Dialoghi che sono una versione sguaiata di Arancia Meccanica si accompagnano a ottime riprese e ottime soluzioni di montaggio, soprattutto grazie all’eccellenza della colonna sonora, ma credere a 3 imbecilli che sopravvivono a un esercito di malavitosi armati fino ai denti, lasciatecelo dire, è molto difficile.

Non si tratta di non comprendere la bravura di 3 attori perfettamente calati nella parte tanto da desiderare la morte dei loro 3 personaggi: Otis, Baby e Coltrane, in 3 From Hell di Rob Zombie, riescono a rendersi ridicoli e a muoversi in una trama altrettanto fiacca e scontata.

Rocketman di Dexter Fletcher, un musical stravagante che si lascia dimenticare

Rocketman di Dexter Fletcher ti costringe a indossare un giubbotto antiproiettile per parare tutti i colpi degli adulatori, perché la sassaiola che ti arriva addosso è oggettivamente un evento possibile. Ciò che vuole essere una trasposizione della stravaganza di Reginald Kenneth Dwight su pellicola risulta essere un festino patetico e prevedibile, dal momento che l’uomo subisce l’ombra dell’artista, o meglio della sua megalomania inzuppata nell’entusiasmo ma troppo dolce per essere gradevole al gusto.

Ce lo dovevamo aspettare, forse, visto che i paragoni con il Bohemian Rhapsody di Bryan Singer sono arrivati puntuali come l’autobus all’accensione della sigaretta: Bohemian Rhapsody è un biopicRocketman è un musical celebrativo di un artista ancora vivente.

Celebrare un artista o idealizzare la sua grandezza? La seconda, in Rocketman, è la voce che echeggia di più. Taron Egerton è magistrale, e vince soprattutto nella cornice della seduta di gruppo in cui sir Elton racconta la sua vita in tutti i paragrafi del dolore, dal padre che gli nega un abbraccio con nonchalance a quell’amore/odio per il pianoforte.

Che la grandezza artistica di Elton John sia un dato di fatto lo sapevamo già, e sono forti quei momenti in cui Taron Egerton, nei panni del cantautore britannico, intona per la prima volta Your Song, ma ciò che Rocketman di Dexter Fletcher ci mostra è una storia ridicolizzata e glamour, e non abbiamo nulla contro il glamour: lo abbiamo trovato esasperato, e seppur ci voglia sale nel piatto in questo caso abbiamo assistito a uno spettacolo troppo salato.

Si poteva fare di meglio facendo meno. La storia del cinema è piena di biopic indimenticabili, e non a caso The Doors di Oliver Stone (anch’esso altamente discusso dalla critica) continua ad essere un esempio, seppur quel Val Kilmer avesse interpretato un Jim Morrison avvezzo solo al vizio e poco all’arte. Sappiamo che il Re Lucertola non era così.

Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: non avevamo bisogno di questo film. Abbiamo ancora bisogno di Elton John.

L’Elton John di Dexter Fletcher è come uscito da un fumetto che tutti abbiamo letto e credevamo di aver dimenticato. Chi non conosce a fondo Elton John non si appassionerà a lui con il filmRocketman di Dexter Fletcher è la rockstar anti-maledetta che ancora una volta ci parla di resilienza, ma lo fa facendo ballare le persone per strada.

Dracula su Netflix è una bella serie, e sappiamo bene che Coppola non si tocca

Prima di iniziare a vedere Dracula su Netflix, come sempre è giusto fare, si naviga il web per cercare feedback da parte di divoratori seriali che hanno già portato a termine la visione delle tre puntate presenti sulla piattaforma. Tralasciando i vari e aridi “Top”, “Bellissimo”, “Capolavoro” ci si imbatte inevitabilmente in ciò che da puro sentimento umano, negli anni, si è trasformato in un adagio obbligatorio per chi vive sui social: il paragone con il masterpiece.

“Bello ma… il Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò non si tocca!”, declinato in varie varanti come: “Orribile, il vero Dracula è quello di Coppola” è ciò che recentemente abbiamo visto anche per il Pinocchio di Matteo Garrone, perché: “Esiste solo quello di Comencini”.

Ora, parlare di alto cinema significa parlare di bellezza, e quando c’è bellezza non si discute, ma restare su punti fermi senza argomentare significa fanatismoassenza di spirito critico. Il Dracula su Netflix merita, e merita tanto, perché creare tre film distinti sotto un unico titolo e riuscire a farti fare numerosi salti sulla sedia, vincere nei dialoghi e creare un finale tutt’altro che scontato non è roba da poco.

Esiste il Dracula di Francis Ford Coppola, è vero, ma la storia ricorda anche Bela LugosiLon Chaney Jr, ma anche quello strano Nosferatu che ancora oggi è l’esempio del cinema gotico per eccellenza. Esiste, oggi, anche quel Dracula su Netflix capitato nel posto giusto al momento sbagliato, ovvero quando troppi fruitori hanno il canone fissato nel cervello e si privano del diletto di godersi una novità.

Perché il Dracula su Netflix è questo, una novità ispirata al classico. Non è sempre accettabile, è vero, che gli sceneggiatori cerchino di vestire di contemporaneo un soggetto che si colloca invece nel passato remoto – vedasi Bates Motel – ma ciò che Steven MoffatMark Gatiss avevano già fatto in SherlockJekyll oggi si ripete, e nel bene e nel male fa parlare di sé perché tutti – anche chi lo demolisce – lo trovano oggettivamente interessante.

Il Dracula su Netflix è la forza di un vampiro 2.0 che si guarda alle spalle e gioca l’astuzia dell’ironia dissacrante, del fascino del Male e del pulp del Bene: Claes Bang (Dracula) dimora e divora, viaggia nel tempo e assorbe le esperienze delle persone attraverso il loro sangue mentre Dolly Wells (sorella Agatha Van Helsing, Zoe Van Helsing) lo sfida a singolar tenzone in ogni sguardo e battuta, arrivando più volte a intimidirlo con la sua dialettica pungente e che renderebbe fiero il Tarantino più in forma.

Due interpretazioni, quelle di Bang e Wells, che reggono benissimo i tre episodi, seppur quest’ultima perda un po’ di mordente nell’ultimo episodio. Non fa niente, funziona lo stesso. Ottima la fotografia e ottimo il ruolo che David Chevalier interpreta, quel Jonathan Harker al quale riusciamo ad affezionarci e verso il quale riusciamo anche a provare disgusto.

Tre episodi: il Dracula su Netflix inizia da Bram Stoker e arriva dritto a noi alla fine (tranquilli, se non lo avete visto sappiate che non c’è spoiler qui), ed è un viaggio per cui vale la pena mettersi comodi con il proprio sacchetto di patatine e una bibita, possibilmente con un crocifisso che ciondola dal collo.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi, dall’11 aprile in home video

Star Wars: Gli Ultimi Jedi, dopo essere stato acclamato dalla critica ed aver conquistato il primo posto nella classifica dei film con i maggiori incassi del 2017 in tutto il mondo, arriva dall’undici aprile in home video in tutti i migliori negozi, sulle piattaforme e-commerce e digitali; si tratta del primo film distribuito da Disney Italia ad essere disponibile anche nel formato 4K Ultra HD oltre che nei classici Blu-Ray 3D, Blu- Ray, DVD e nella versione Steelbook da collezione con un’iconica copertina in metallo.