Recensione: La terra degli uomini rossi

di Massimiliano Miano 4

Arriva alla Mostra, dopo Ozpetek e Avati, il terzo dei quattro film italiani in gara per il Leone di Venezia: Marco Bechis con BirdWatchers – la terra degli uomini rossi. Il regista italo-cileno, già in gara a Venezia con il suo terzo film Hijos-Figli (2001), racconta l’estinzione dei Kaiowa, antica tribù del Sudamerica.

Pellicola ambientata nel Mato Grosso do Sul (Brasile), oggi. I fazenderos conducono la loro esistenza ricca e annoiata. Possiedono campi con coltivazioni transgeniche che si perdono a vista d’occhio e trascorrono le serate in compagnia dei BirdWatchers, i turisti venuti ad osservare gli uccelli.

Ai limiti delle loro proprietà cresce il disagio degli indios. Costretti in riserve, gli indigeni, un tempo legittimi abitanti di quelle terre, conducono una vita priva di qualsiasi prospettiva; molti di loro, spesso i giovani, si suicidano. E’ proprio un ulteriore suicidio a scatenare la ribellione.


Guidati dal capo Nadio e da uno sciamano, un gruppo di indios si accampa all’esterno di una delle proprietà per reclamare la restituzione delle terre. Due mondi contrapposti vengono così a fronteggiarsi. Lo scontro metaforico diviene presto conflitto reale; anche nell’ostilità i due mondi non cessano di studiarsi. Nonostante la lotta, due giovani, un apprendista sciamano e la figlia di un fazendero, non rinunciano alla curiosità dell’altro e a mettersi in gioco.

Bechis è da sempre un cineasta impegnato, che ama affrontare tematiche non alla portata di tutti, e dopo due film dedicati al popolo indigendo Desaparecidos…che fine hanno fatto? e Garage Olympo, torna alla regia con una pellicola girata completamente in Brasile.
L’attesissimo film in uscita in questi giorni nelle sale italiane, ci porta in un universo lontano, per geografia e per cultura, un mondo le cui abitudini di vita e di relazione sono state più volte devastate e contaminate. Gli attori, tranne alcuni nomi noti come Claudio Santamaria e Chiara Caselli, sono stati tutti presi, come si suol dire, “dalla strada”, sono cioè degli abitanti di Mato Grosso do Sul a cui sono stati dati ruoli fondamentali nella dinamica del film.

Un po’ affresco sociale ed un po’ dramma interiore, dunque, La terra degli uomini rossi segna un’altra tappa fondamentale nella già particolarissima carriera di Marco Bechis, il film riesce a non scadere mai nel folklore pur mantenendo una coerenza narrativa molto difficile da ottenere quando, ci preme sottolinearlo, la maggior parte dei protagonisti non sono attori consumati.

La terra degli uomini rossi è senz’altro un film di forte denuncia morale e politica. Proprio in questo procedere, che permette alla ragione di prevalere sulla passione, sta la forza del regista che ha saputo costruire ascoltando, nel senso più pieno del termine, coloro che ogni giorno vivono l’umiliazione di non possedere più una terra che per loro non significa solo cibo ma soprattutto radici e cultura.

Da non sottovalutare altresì la colonna sonora le cui musiche di Domenico Zippoli, missionario italiano in Brasile nel ‘700, rinvenute solo pochi anni fa, sono state scelte da Bechis per l’occasione.

Commenti (4)

  1. Non ho ancora avuto modo di vedere questo film sul grande schermo, ma la recensione di Miano rende perfettamente l’idea dei due mondi contrapposti che si fronteggiano. Interessante e curioso il fatto che un regista italiano si sia occupato di una tematica così tanto lontana dal nostro continente, riuscendo comunque a dare una descrizione approfondita del dramma che vivono gli Indios.

  2. Non resta che fare i complimeni al regista pe il tema trattato e al recensore Massimiliano Miano per aver reso l’idea a chi ancora non ha avuto modo di vedere la pellicola.
    Chapeau!

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