Perché guardare Control di Anton Corbijn è un dovere morale

di Kino Commenta

Photo by Bart Ryker

Sì, sono passati 13 anni da quando Control di Anton Corbijn è entrato nelle sale e nelle nostre vite. Ne è passato qualcuno in più quando la stessa cosa è avvenuta con Ian Curtis dei Joy Division, ma il tempo non farà da dissipatore di necessità. Il film è grigio, non ha saturazione ma il calore non sta nel pigmento.

Sam Riley nel ruolo del frontman di una delle band più importanti dell’ondata post punk è perfettamente calato nella parte. Gli occhioni tristi di Ian Curtis sono tutti lì, in quello sguardo che si perde tra una crisi epilettica e una crisi depressiva. Chi non conosce Curtis né ha mai approfondito i Joy Division può iniziare da Control di Anton Corbijn. Per intenderci, il regista e fotografo olandese è lo stesso che ha firmato quel capolavoro di videoclip di Heart Shaped Box dei Nirvana nel 1993.

La storia è ian-centrica: scopriamo il cantautore ancora diciassettenne, capellone, che si sbatte tra locali, sigarette e si impegna dietro la scrivania del suo ufficio di collocamento mentre consuma il suo amore tormentato per Deborah. Proprio durante un turno di lavoro una cliente viene raggiunta da un improvviso attacco di epilessia, la stessa malattia che lo porterà al suicidio insieme alla depressione. A lei dedica She’s Lost Control, brano iconico che dà anche il titolo al film.

Nel frattempo i suoi Warsaw diventano Joy Division. La band che ha pubblicato soltanto due album, uno dei quali uscito soltanto dopo la morte di Ian Curtis, avvenuta il 18 maggio 1980 nella sua Macclesfield. Una vita brevissima, che nel film viene fuori nel flirt con la giornalista belga Annik Honoré, nella paura di salire sul palco, nell’attacco epilettico nel pieno di un live, nel conflitto con la moglie Deborah e soprattutto con se stesso.

Control di Anton Corbijn è uno spaccato del Regno Unito in fermento, in parte ripulito dall’ondata punk dei Sex Pistols e loro affini e in parte decadente con l’arrivo dell’ondata post-: ci sono anche i Cure, in quegli anni, che creano l’atterraggio acido dai fasti del ’77 e commutano la rabbia con la delusione romantica.

Control di Anton Corbijn è quel mattoncino in più nel cinema delle grandi biografie: meno colorato di Bohemian Rhapsody, più intimista di tanti altri film sulle grandi star.

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