L’uomo che verrà, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 7

1943 nei pressi di Bologna alle Pendici del Monte Sole le campagne sono popolate da famiglie di contadini che cercano di sopravvivere, tra le incusioni dei partigiani e l’eco della guerra che si fa sempre più vicino e minaccioso.

In una di queste famiglie vive la piccola Martina che ha perduto la parola dopo la morte del suo fratellino, ma la mamma di Martina è di nuovo in dolce attesa e forse l’arrivo di un altro fratellino, potrà donare alla piccola una ritrovata tranquillità.

Purtroppo la nascita del piccolo arriverà in concomitanza con l’arrivo nelle campagne circostanti di truppe di soldati nazisti in procinto di dare il via ad una serie di rastrellamenti, e ad un eccidio tanto folle quanto spietato, che passerà alla storia come La strage di Marzabotto, e che vedrà oltre 800 vittime tra le quali donne, anziani e bambini.

Indiscutibile il coraggio del regista Giorgio Diritti che al recente Festival di Roma ha conquistato pubblico e critica con questa opera asciutta ed emozionante, accaparrandosi il premio del pubblico come miglior film e il Marc’Aurelio d’Argento assegnatogli dalla giuria della prestigiosa rassegna romana.

L’uomo che verrà nonostante abbia dei limiti che lo renderanno ostico al grande pubblico, vedi la lingua emiliano-romagnola in cui si esprimono i protagonisti e a cui si sopperisce con i sottotitoli, è un cinema sincero e per nulla urlato e sempre attento alle piccole sfumature emotive, che riesce a coinvolgere proprio per una schiettezza di fondo che conquista lentamente, ma inesorabilmente, sequenza  dopo sequenza.

Questo secondo film di Diritti grazie a temi tristemente universali come la guerra e e la perdita dell’innocenza, veicolati dal bisogno forte di una memoria collettiva, potrebbe avere più fortuna ai botteghini del suo esordio Il vento fa il suo giro, temi che forse ne smusseranno alcuni limiti di fruibilità portando al cinema un pubblico più variegato del canonico consumatore di cinema d’autore.

Che il film abbia un intriseco valore artistico è indubbio, come è indubbio che sarà molto difficile che la pellicola di Diritti riesca a confrontarsi sul piano distributivo con pellicole decisamente più commerciali ed appetibili per gestori e grande pubblico, uno scontro impari che noi comunque sosteniamo, non per partito preso, ma per intenti e importanza della tematica trattata.

Commenti (7)

  1. Abbiamo visto “ L’uomo che verrà “ diretto da Giorgio Diritti.
    Aveva ragione Ridley Scott in un’intervista di alcuni anni fa, rispondendo a una domanda sull’importanza del talento nel cinema disse che la bravura di un autore era in percentuale minoritaria a confronto delle conoscenze e della fortuna. Risposta forse ovvia per chi ha letto Machiavelli e i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Ecco, se invece dovessimo giudicare la bravura e il talento uniche doti essenziali per la riuscita di un bel film, possiamo dire senza dubbio di smentita, che Giorgio Diritti e il suo film sull’eccidio di Marzabotto sono il miglior risultato del cinema italiano di questo inizio di Millennio. Questo suo cinema è sulla scia del miglior Olmi, del migliore dei film dei fratelli Taviani ed è un film che meriterebbe la corsa agli Oscar come miglior film straniero. Un film si giudica oltre che per la regia anche per l’insieme della messa in scena e vogliamo dire che dalla fotografia ( Roberto Cimatti ), alle scenografie ( Giancarlo Basili ), dai costumi ( Lia Francesca Morandini ) al casting ( lo stesso regista – che ha fatto questo lavoro per anni anche per Fellini, Avati… ) c’è una corsa a chi fa il suo lavoro al meglio. E non sapremmo dare la palma del più bravo all’uno o all’altro. Il film ci racconta la guerra, l’orrore di un esercito occupante ( in questo caso nazista ), ma anche la fame contadina, la paura dei bimbi e degli adulti per una violenza incomprensibile e incontrollata; ci racconta di facce pulite e giovani che prive di coscienza e di moralità si possono macchiare di crimini innominabili con la stessa leggerezza di un branco sbandato ma in divisa. Questo modo di raccontare un “ piccolo “ fatto di cronaca di guerra lo hanno provato a fare in tanti, in pochi riuscendoci veramente, i fratelli Taviani e Montaldo in Italia e Malick, Fuller, Eastwood negli Stati Uniti, Kon Ichikawa e Tanovic per citarne altri. Adesso lo ha fatto anche Diritti portando al termine un gran bel film realizzato con un budget “ ridicolo “ di soli tre milioni di euro ( pensate ai trenta di Tornatore o ai trecento di qualche film statunitense ).
    Diritti ci racconta un anno di vita a Marzabotto, paesino sugli Appennini emiliani, all’inizio c’è un cartello che indica autunno 1943, il rastrellamento e l’eccidio avverranno il 5 Ottobre del 1944. Per coloro che non sanno di lotta partigiana e degli efferati crimini nazisti accenniamo brevemente: il feldmaresciallo Kesselring aveva scoperto che a Marzabotto agiva la combattiva e coraggiosa brigata Stella Rossa, e voleva dare un duro colpo all’organizzazione e ai civili che riteneva la appoggiassero. Marzabotto aveva subito già rappresaglie, ma mai così criminali come quella dell’autunno 1944.
    Raccontare la storia non è semplice, perché non c’è una trama ben definita. Prima che succeda l’eccidio ( splendida la scelta di non indugiare sulla strage, ma di descriverla in modo delicato e privo di gran guignol ) c’è l’interno di una comunità agreste dell’Appennino: ci sono la descrizioni del mondo contadino, dal vestirsi al mangiare, dai sogni delle ragazze per l’amore, alle donne anziane che le tengono sotto briglia, dai pretini delicati e gentili ai bambini che stanno a scuola, dai partigiani che vanno e vengono e che compiono azioni militari lontane dal paese al passaggio sempre inquietante delle truppe naziste che a volte prendono solo cibo ed altre minacciano anche stupri. Il tutto è visto attraverso gli occhi di Martina, una bambina di otto anni, incapace di parlare dopo la morte del fratellino appena nato e in attesa che la madre partorisca di nuovo ( l’uomo che verrà ). La vicenda è ambientata nel 1943 alle pendici del Monte Sole, qui i contadini lavorano intere giornate, tentando in ogni modo di sopravvivere al freddo e alla fame. A questo si aggiungono i rastrellamenti e la richiesta d’aiuti dei partigiani che hanno bisogno di cibo e di assistenza. La famiglia di Martina sopravvive come può sperando che tutto finisca al più presto.
    In alcuni passaggi potrebbe sembrare un documentario romanzato e il dialetto bolognese (il film è sottotitolato) ci fa entrare ancora più dentro le vite della comunità; questi contadini non hanno una fede politica e accettano le sventure e i pochi momenti di serenità senza scalpitare e senza provare rabbia o rancore verso il nemico. I giovani e le donne dividono il pane e il sugo con il soldato occupante, ma sanno che non ci potrà mai essere nulla in comune tra loro perché la vita ha delle regole.
    Come abbiamo detto in precedenza tutti gli attori sono molto bravi e si sono calati in quella realtà con precisione antropologica. Brave e convincenti la Rohrwacher e la Sansa ma bravi tutti con una menzione speciale per Greta Zuccheri Montanari, una bambina di altri tempi.

  2. …il film è parlato in dialetto BOLOGNESE…non friulano..
    comunque un film che, una volta visto non si dimentica per le emozioni che (nonostante il ritmo non certo incalzante) è capace di suscitare nello spettatore.

  3. @ Claudio:
    grazie della PRECISAZIONE e soprattutto per il commento. 🙂

  4. Abbiamo visto “ Il segreto dei suoi occhi “ regia di Juan Josè Campanella.
    Basato sul romanzo dello scrittore quarantenne Eduardo Sacheri ( “ La pregunta de sus ojos “ 2005 ), vincitore del Premio Oscar 2010 come miglior film straniero ( ha battuto sorprendentemente “ Il nastro Bianco “ di Haneke e il “ Profeta “ di Audiard ) e del Goya per il miglior film straniero in lingua spagnola, arriva in questi giorni nelle sale, un po’ in sordina questo film dall’impostazione un po’ ‘ antica ‘ ( L’inizio ci ha ricordato belle inquadrature degli anni Sessanta e Settanta ), dal plot molto interessante anche se a volte un po’ incongruente, ma con dei giochi e dei rimandi capovolti riusciti ( il collega del protagonista Pablo Sandoval (Guillermo Francella) svagato e alcolizzato che svela il carattere degli uomini, il groviglio del giallo e che alla fine preferisce morire al posto dell’altro perché consapevole dell’orrore in arrivo ) e dalle molte domande importanti che hanno solo in parte ricevuto risposte compiute. Il rapporto tra passato e presente, tra giustizia e legge, tra amori possibili e negati, tra amicizia e corresponsabilità, tra l’accettazione del reale e l’impossibilità di sostenerlo. Ma anche tematiche più ambiziose come riflettere sulle scelte mancate, sui ricordi (e i ricordi dei ricordi) e forse sulla difficoltà di un Paese di elaborare il proprio passato per superarlo. Nel romanzo tutto questo si regge compiutamente, nello script – pur abbastanza compatto e solido – scricchiola qui e là non rendendo esplicita l’impossibilità del protagonista a dichiarare un amore condiviso, al punto che ha bisogno di venticinque anni per rendersi consapevole del vuoto che ha voluto intorno -. Comunque questo crime-story infarcito di “ politica “ è ben dosato e anche le incongruenze pesano poco in favore della suspence. Il film ha anche momenti molto ben costruiti come lo scoprire attraverso lettere apparentemente banali e anonime il l’humus e non solo caratteriale in cui si può trovare l’assassino ( siamo i luoghi che frequentiamo… non possiamo tradire le passioni ), la scena allo stadio ( in puro stile hollyvoodiano, nella migliore delle diciture ) e, per sintesi, la scena dell’ascensore: silenziosa e perfetta.
    Benjamin Esposito ( un sempre bravo e convincente Ricardo Darìn, attore nel gruppo Los galancitos, negli anni Ottanta e attore di notevole talento nei film “ Il figlio della sposa “ sempre di Campanella e “ Kamchatka “ di Marcelo Pineyro ) è stato un piccolo funzionario della Corte di Giustizia di Buenos Aires, ormai è in pensione e vive una vita solitaria. Ha deciso di scrivere un romanzo su un vecchio caso di omicidio, in realtà ha un conto in sospeso con il suo passato, ai tempi di Isabelita Peron e prima dell’onda nera di Videla e Massera, Il romanzo è la ricostruzione di un caso di omicidio avvenuto nel 1974 e attorno al quale la sua vita si è praticamente fermata. Da piccolo giudice è incaricato dell’indagine dello stupro e l’assassinio di una giovane e bella donna, Liliana Coloto; il dolore insanabile e commovente del marito, le indagini da subito “insabbiate” da un collega amico dei poteri forti e futuro sgherro della Dittatura, ma soprattutto il rapporto d’amore irrisolto con il suo capo-cancelliere Irene (Soledad Villamil), lo portano a inseguire una giustizia che nessun governo autoritario ritiene necessaria. Dopo tanti anni ogni cosa sembra rimasta sospesa nella vita di Benjamin Esposito che, di quei fatti ormai passati, deve ancora illuminare i lati oscuri. Che fine ha fatto l’assassino della ragazza da subito liberato ? E lo straziato bancario, marito della vittima ? E chi ha ucciso l’amico-collega ? Con qualche ridondanza il film funziona bene fino alla chiusura del giallo, che conosciamo soprattutto attraverso la scrittura del romanzo di Benjamin, che ricalca fedelmente ciò che è avvenuto. Il presente su cui si riverberano le conseguenze del passato appare un po’ troppo lineare e ottimista. Il finale è un po’ tirato via e, tutto sommato, poco credibile nella facilità della decisione.
    Juan Josè Campanella è un regista argentino cinquantenne dalla carriera un po’ ondivaga. Ha coniugato il cinema commerciale americano, serie televisive tra le più importanti e alcuni film d’autore in Argentina. Ha diretto due film americani: “ The Boy Who Cried Cagna “nel 1991 e “ Love Walked In “ nel 1997. E’ tra i registi delle serie Tv “Law & Order “ e “ Dottor House “ e ha diretto in Argentina “ El mismo amor, la misma lluvia “, “ Il figlio della sposa “ ( candidato all’0scar nel 2002 ), “ Luna de Avallaneda “. Bravo nelle direzione dei telefilm, bravo nella regia dei film argentini. Ma questo tipo di “ professionalità “ lo limita un po’ come autore rendendolo solo un buon regista. Ottimo il cast di attori ed anche il cast tecnico.

  5. @ Domenico Astuti:
    Caro Domenico, ma non potevi scrivere il papiro recensione sotto la recensione dedicata a Il segreto dei suoi occhi?

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