L’ultimo esorcismo, recensione

di Pietro Ferraro 3

Il reverendo Cotton Marcus (Patrick Fabian) e suo padre hanno per anni affrontato casi di disturbi psichici a colpi di Sacre scritture e crocefisso, allestendo di volta in volta un bel teatrino capace di ingannare gli ignari posseduti di turno, suggestionabili  a tal punto da liberarsi spesso del disturbo riempiendo di volta in volta le tasche della coppia di religiosi.

Marcus che ha ereditato il pulpito da suo padre ha, subentrandogli modernizzato l’allestimento dei vari spettacoli con qualche effetto speciale hi-tech e trucchi da illusionista, continuando imperterrito a praticare per anni i suoi pseudo-esorcismi con la scusa di aiutare persone disturbate a trovare un equilibrio.

Dopo aver letto su un quotidiano di un esorcismo finto in tragedia che ha visto morire soffocato un ragazzino dell’età del figlio, Marcus non solo deciderà di abbandonare la sua attività, ma accetterà un ultimo lavoro che lo porterà in una sperduta fattoria della Louisiana che sembra ospitare una giovane posseduta (Ashley Bell), con l’intenzione troupe televisiva al seguito di svelare la vera natura della sua attività di esorcista da televendita.

L’ultimo esorcismo vede il debutto su grande schermo, sotto l’egida produttiva di Eli Roth (Hostel), del giovane regista tedesco Daniel Stamm, talento tecnico che senza dubbio ci darà ampie soddisfazioni in futuro, perchè in questo caso il risultato della pellicola allestita tecnicamente con una certa dovizia, a livello di messinscena si rivela invece altalenante, decisamente confusa e con un finale da dimenticare.

Il film di Stamm ha l’intelligenza di non sparare bufale mediatiche su presunti fatti di cronaca come a suo tempo fece The Blair Witch Project di recente malamente imitato dal mediocre Il quarto tipo, utilizzando tutti i crismi del mockumentary smussandone però notevolmente i fastidiosi effetti collaterali con piccoli, ma percettibili accorgimenti che puntano al tradizionale, vedi un montaggio serrato ma non nevrotico, riprese con un limitatissimo effetto montagne russe e l’inserimento di una colonna sonora musicale centellinata ad arte.

Dopo un primo tempo solido e in linea con la narrazione-tipo di questo genere di produzioni che ammiccano ai documentari televisivi, arriva una parte centrale della pellicola che continua a giocare con il tipico dilemma Ma ci è o ci fa? un’escamotage narrativo di cui Stamm finisce per abusare con l’intento senza dubbio di creare aspettativa,  ma finendo invece per diventare inesorabilmente prolisso.

Ed ora veniamo alle parti più importanti della pellicola, quelle che avrebbero dovuto dar corpo e anima all’intera messinscena, cioè l’esorcismo quello vero che dura il lasso di tempo di uno sbadiglio e rovina il minimo sindacale di atmosfera creata con una ridicola battuta della protagonista, che non si sa per quanto colpa del doppiaggio italiano, sembra uscita dritta dritta da un cinepanettone, la mancanza assolutamente imperdonabile di uno degli elementi cardine a livello di suggestione per il genere, vedi tutto il repertorio di cavernose imprecazioni e suoni gutturali e infine un confuso finale che salta da Rosemary’s Baby a The Blair Witch Project con una nonchalance che mette i brividi.

Insomma tirando le somme ci ritroviamo con un buon incipit, una location adeguata e un cast decisamente sopra la media, un plauso in particolare alla talentuosa e volenterosa posseduta Ashley Bell, il tutto in gran parte vanificato forse dall’inesperienza del regista, insomma un’occasione sprecata che poteva regalare un’altra buona prova per il filone, come accaduto con l’ottimo The exorcism of Emily Rose.

Note di produzione: il film è stato presentato fuori concorso alla ventottesima edizione del Torino Film Festival, l’unico volto noto del cast tutto prevalentemente televisivo è Patrick Fabian, per lui crediti in serial come Big Love, Burn Notice e Gigantic. Visto l’incasso notevole di oltre 59 milioni di dollari a fronte di un investimento di poco meno di 2, sarebbe stato il caso di mettere un bel punto interrogativo in coda al titolo o al limite intitolarlo Il penultimo esorcismo.

Commenti (3)

  1. Caro Pietro,
    direi veramente fiacchetto per essere un “ultimo esorcismo”.
    Non dico che si possa ricalcare il capolavoro del ’73, ma almeno seguire chiaramente una starda invece di tentare si instillare un dubbio su una presunta possessione che riesce solo ad annoiare lo spettatore.
    Povero horror, dove andremo a finire!
    Ciao!
    Ip

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>