Ragazzi miei, recensione

di Pietro Ferraro 4

Joe Warr (Clive Owen) è un giornalista sportivo inglese che lavora in Australia, dove si è trasferito con la sua seconda moglie da cui ha avuto Artie (Nicholas McAnulty), un vispo ragazzino di otto anni che presto si ritroverà senza madre a causa di un cancro e con un padre che sembra incapace di arginare il dolore della perdita.

In realtà Joe sta solo elaborando il lutto come peraltro a modo suo sta facendo il figlioletto, entrambi dovranno continuare a vivere consapevoli che l’amata madre e moglie non tornerà mai più e che dovranno inevitabilmente cavarsela da soli.

All’inizio per Joe non sarà affatto semplice, ma l’amore sconfinato provato per Artie e un suo personalissimo punto di vista su come crescere un figlio serviranno allo scopo, ad aiutarlo una suocera premurosa, un’amica comprensiva ed un figlio abbandonato anni prima in Inghilterra, che torna in cerca di un padre ritrovando anche un fratello.

Davvero impressionante come il regista premio Oscar per Shine Scott Hicks, all’attivo anche il delizioso romance Sapori e dissapori e il deludente Cuori in Atlantide, abbia saputo mantenersi in perfetto equilibrio in uno script che poteva rivelarsi un pericoloso trappolone strappalacrime.

Ragazzi miei dopo un incipit melò da manuale, ci racconta tra splendidi paesaggi e brani musicali di una perfezione assoluta il senso di inadeguatezza che tutti i padri si trovano ad affrontare almeno una volta nella vita, in special modo quando il vero punto di riferimento del focolaio domestico viene a mancare.

Che in alcuni frangenti il film essendo ispirato ad una storia vera possa essere discutibile in senso pedagogico è indubbio, certamente alcune delle regole non regole imposte dal protagonista al figlio sono opinabili, ma quello che importa al regista non è certo stilare un vademecum del mammo perfetto, ma sottolineare invece come a volte l’amore filiale, in questo caso virato tutto al maschile, possa sopperire ad evidenti e fisiologiche mancanze e fare a volte molto di piu di rigide norme comportamentali, lezioni di vita e punizioni.

Il film di Hicks sfoggia un appeal discreto, ma inesorabile, grazie anche ad un protagonista, un intenso e credibile Clive Owen, che non ha paura di mettersi in gioco diventando un solido contrappunto emotivo per il resto del cast, il resto lo fa la regia di Hicks, solida e ricca di sfumature.

Note di produzione: il film è basato sul romanzo autobiografico The boys are back in town di Simon Carr, mentre lo score composto dal chitarrista californiano Hal Lindes contiene brani della band islandese dei Sigur Ros.

Commenti (4)

  1. Tu dici: “Che in alcuni frangenti il film essendo ispirato ad una storia vera possa essere discutibile in senso pedagogico è indubbio, certamente alcune delle regole non regole imposte dal protagonista al figlio sono opinabili.” E’ proprio questo il senso del film, ridiscutere tali metodi. Forse sei un padre bacchettone e che dice sempre cosa è giusto o meno giusto, ma son problemi tuoi…

  2. @ Gigio:
    Primo non sono un padre, ne tantomeno bacchettone, non capisco cosa della parola opinabile tu non comprenda, il termine stesso indica una certa apertura al confronto cosa che mi sembra tu non abbia ben compreso, il tuo sendo del film è rispettabilissimo, ma rimane tuo e non verità assoluta come peraltro la mia opinione sullo stesso, insomma non capisco davvero quale sia il problema a cui ti riferisci, magari evitiamo di trasformare un bel film in una sterile polemica fine a stessa…grazie per il commento.

  3. D’accordo, a patto che questa opinabilità che imputi al tema, non diventi motivi di perplessità al film. Tutto qua. Ci sono molti studi riguardo il modo di rapportarsi e crescere un figlio, quello di questo film abbraccia una scuola di pensiero.

  4. Siamo perfettamente d’accordo 🙂

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