Hunger, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro Commenta

Irlanda del Nord, 1981 seguiamo la routine quotidiana della guardia penitenziaria Raymond Lohan (Stuart Graham), dal controllo della propria auto ogni mattina in cerca di un qualche ordigno esplosivo, fino al culmine di una giornata di violenze perpetrate ad oltranza, i cui segni sono ben tangibili sulle nocche delle mani sporche di sangue e doloranti per i pugni inferti ai detenuti.

Nella prigione di Long Kesh il detenuto dell’IRA Davey Gillen (Brian Milligan), rifiutatosi di indossare l’uniforme carceraria, dopo essere stato completamente denudato e provvisto solo di una coperta viene rinchiuso in una cella già occupata da Gerry Campbell (Liam McMahon), che nel frattempo per protesta ha imbrattato le mura di feci. I due inizieranno una convivenza tra colloqui con i famigliari e ulteriori forme di protesta che culmineranno sempre in pestaggi e forme di coercizione violenta da parte dei secondini.

L’ultimo detenuto di cui faremo la conoscenza è il ventisettenne Bobby Sands (Michael Fassbender), che da subito si dimostrerà restio a qualsiasi azione intrapresa dai secondini, ne sortiranno brutalità varie, ma invece che piegarsi Sands inizierà un drastico siopero della fame per protestare contro il governo del Regno Unito, con lo scopo di ottenere il ripristino dello status di prigioniero politico abolito dalla premiere Margareth Tatcher.

Lo sciopero della fame intrapreso ad oltranza da Sands il 1° marzo 1981 e durato 66 giorni causerà il suo decesso per inedia nell’ospedale della prigione quello stesso anno. L’annuncio della morte di Sands scatenò all’epoca una serie di rivolte nelle zone nazionaliste dell’Irlanda del Nord.

Debutto folgorante quello del regista britannico Steve McQueen, il tema scelto è doloroso, una ferita aperta e sanguinante incarnata nel corpo scheletrico e tumefatto di un intenso e partecipe Michael Fassbender.

McQueen lascia che siano le immagini a parlare, Hunger è un film volutamente ed ostentatamente scarno di dialoghi, ma tanto potente visivamente che ogni parola in più, ogni bisogno di spiegare o concettualizzare ciò che accade su schermo sarebbe sembrato fuori luogo.

Hunger ci mostra una via crucis reale come la sofferenza e la rabbia che trasuda da ogni corpo e da ogni volto che la macchina da presa cattura, impossibile distogliere lo sguardo, impossibile non provare sdegno di fronte a sequenze come quella del taglio dei capelli o del pestaggio di gruppo, sequenze che il regista descrive in tutta la loro burocratica brutalità, che neanche le lacrime di vergogna di una giovane guardia riescono a lenire.

Hunger come peraltro il recente Diaz di Daniele Vicari non concede sconti, non filtra nulla e preferisce colpire basso e colpire forte onde arrivare dritto al punto, onde evitare che ci siano fraintendimenti di sorta.

Il film di McQueen e schietto, disturbante, viscerale e cosa più inquietante ancora molto lontano dalla violenza e dalla volontà di sopraffazione di cui è realmente capace l’essere umano.

Nelle sale a partire dal 27 aprile 2012

Note di produzione: Nel cast figura anche il veterano Liam Cunnigham (Safe House, Un poliziotto da happy Hour); Steve McQueen ha scritto la sceneggiatura con lo sceneggiatore e drammaturgo Enda Walsh (Chatroom di Hideo Nakata); il film ha vinto la Caméra d’Or alla sessantunesima edizione del Festival di Cannes e un BAFTA come miglior film britannico del 2009,

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