Silent Souls, recensione in anteprima

di Felice Catozzi Commenta

Silent Souls, nelle sale dal 25 maggio, è la vicenda che racchiude le ultime ore di vita di Aist, operaio quarantenne in una cartiera di Neya, in Russia, e il direttore della fabbrica Miron, che ha perso il giorno prima la moglie Tanya e chiede al collega e amico di eseguire il rituale funebre secondo la cultura Merja, un’antica tribù ugro-finnica del lago Nero.

Il regista Aleksei Fedorchenko si ritrova alla direzione del suo terzo lungometraggio -tratto dal romanzo di Aist Sergeyev-, che ha ricevuto consensi e plausi dal New York Times (Un film evocativo, che resta impresso nella memoria), dall’Herald Tribune (Un viaggio unico nel suo genere, nell’intera storia del Cinema), da Screen Week (Una profonda e commovente poesia cinematografica), e dal grande Quentin Tarantino (Questo film è notevole in ogni sua forma. Grande, semplicemente meraviglioso). E li riceve anche da noi.

Il film è, infatti, un piccolo gioiello, una pellicola sensibile, tenue, delicata, che ripercorre l’elaborazione di un lutto secondo tradizioni e credenze differenti da quelle che conosciamo, con lo spettatore che assiste a una sorta di vivisezione emozionale dell’amore: il desiderio di voler condividere con un’altra persona il dolore, umano-tangibile-reale, pone la vicenda ai confini dell’onirico, a un passo dall’aldilà a noi ignoto.

Dal punto di vista narrativo, Miron condivide con Aist i ricordi più intimi della sua vita coniugale durante il viaggio per raggiungere il luogo dove seppellire la moglie; una volta arrivati sulle rive del lago sacro, i due amici cremano il corpo della donna e disperdono le ceneri nell’acqua (elemento fondante della cultura Merja), per poi prendere la via de ritorno verso Neya e affrontare il loro destino.

La tristezza e la nostalgia, che raggiungono apici incredibili, sono alternate da scene silenziose dove ogni commento sonoro (che siano rumori in sottofondo o musiche) è il vero tocco di classe che conferisce al film intensità e unicità.

Visivamente, il film si compone di paesaggi che aumentano l’enfasi e la tecnica stilistica della camera fissa offre un punto di vista statico di scene costantemente in movimento, con piccoli movimenti di macchina che lasciano al racconto visivo, alla voce narrante e ai pochi dialoghi asciutti, tutto l’onere -e l’onore- di raccontare una storia in modo simile al genere documentario; inoltre, il gioco di messa a fuoco dei diversi piani di campo è una vera delizia per cinefili accaniti e non.

Il titolo originale è Ovsyanki e corrisponde alla parola russa zigoli, dei piccoli uccelli di colore giallo-verde molto diffusi in Russia: è una coppia di volatili di questa specie che da inizio alla vicenda e, in maniera imprevedibile e forse per un destino incomprensibile, che determinerà anche la conclusione.

Note di produzione: Il Nika Awards ha conferito a Silent Souls il premio per la Miglior Sceneggiatura e Miglior Colonna Sonora, sebbene il riconoscimento più importante sia stato assegnato alla 67° Mostra Cinematografica di Venezia, dove il film era in concorso e vinse il Premio Fipresci della Critica Internazionale e il Premio Osella per la Miglior Fotografia.

 

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