Gatsby, perché non andare a vederlo

di Redazione Commenta

Non c’è un motivo specifico per il quale stroncare senza pietà Il Grande Gatsby portato sullo schermo da Baz Luhrmann. C’è solo una sensazione strana che ti accompagna una volta usciti dalla sala.

Sarà l’uso del 3D che distrae dalla narrazione, o forse la narrazione stessa di una storia che ha un potenziale immenso nascosta dietro troppi effetti e troppi colori.

Innegabilmente spettacolare, Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann ci porta in quella che dovrebbe essere la vita americana degli anni ’20 quando, dopo la depressione, l’America tutta correva appresso al dio denaro, unico scopo di vita che distrugge qualsiasi altro ideale umano.

Jay Gatsby ne dovrebbe essere il portavoce e l’antagonista. Nato miserrimo e divenuto ricchissimo, il Gatsby di Fitzgerald è un uomo potente e allo stesso tempo fragilissimo, un uomo – un ragazzo si direbbe oggi, ha solo 32 anni – che per raggiungere il suo obiettivo, riprendersi la donna che ama sopra ogni cosa, coglie tutte le occasioni che la vita gli presenta, animato da quella grande virtù che è la speranza.

 

La pellicola di Baz Luhrmann forse risente del primo approccio che ne ha avuto il regista stesso, cinematografico e non letterario, e porta sullo schermo un personaggio esasperato ed eccessivo che, nello sfavillio dei colori e nella magnificenza delle scenografie, sembra essere fatto apposta per catturare l’attenzione di un pubblico che non ha letto il romanzo di Fitzgerald, come si intuisce anche dal forzato uso del tridimensionale, che stride fortemente con la scrittura asciutta e misurata del genio americano.

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Un film senza dubbio molto bello, se non fosse per l’eccessiva lunghezza – due ore abbondanti – e per alcune scene inutilmente lunghe che perdono inevitabilmente il pathos che si respira nelle pagine di Fitzgerald.

Mi accodo, inoltre, a quanto detto dalla critica di Cannes e da quella americana: Leonardo DiCaprio è un ottimo Gatsby, ma lo è in questo Gatsby, non riuscendo in pieno a restituirci la complessità psicologica del suo personaggio.

Tirando le somme, andate a vedere Il Grande Gatsby, vi divertirete durante la prima parte del film tra feste esagerate e fiumi di champagne, in compagnia di una buona musica – anche se, a mio parere, poco azzeccata per le atmosfere che avrebbe dovuto evocare – e avrete modo di capire, nella seconda parte della pellicola, in quanti modi può essere interpretato lo stesso romanzo.

Vi divertirete nella prima parte e vi annoierete nella seconda se non avete mai letto il capolavoro di Fitzgerald.

Un ultimo appunto: non preoccupatevi di non riuscire a capire il film, la presenza insistente della narrazione fuori campo vi dirà tutto ciò di cui necessitate.

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