Crossing Over: recensione

di Pietro Ferraro 4

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L’agente dell’immigrazione di Los Angeles Max Brogan (Harrison Ford) ha un suo personale concetto di integrità e legge, ligio al dovere e inflessibile quando serve, si mostra altresì molto comprensivo di fronte a situazioni che richiedono una certa dose di umanità e a tragedie che si sfiorano venendo a contatto con il marasma emotivo ed umano rappresentato dall’immigrazione clandestina.

Attraverso il suo compagno Hamid Baraheri (Cliff Curtis) lo vedremo affrontare la durezza del quotidiano di decine di storie di miseria e fuga, di paura e speranza, sogni di una vita migliore che si infrangono  sullo sfruttamento della disperazione altrui.

Seguendo il lavoro dei due agenti faremo  la conoscenza dell’avvocato Denise Frankel (Ashley Judd) e di suo marito Cole (Ray Liotta) addetto al rilascio di permessi di soggiorno, ma anche di alcuni immigrati  in cerca di regolarizzazione, dall’operaia messicana fino all’attrice australiana, provenienza ed estrazione sociale diverse per un sogno in comune.

Il regista Wayne Kramer sceglie il racconto corale e lo fremmenta in episodi concatenati che cercano di dare un’idea del mastodontico problema dell’immigrazione clandestina, della mole di burocrazia che mette in moto, cercando di mostrarci il punto di vista di chi vive ai lati opposti della barricata.

Crossing Over ha difetti e pregi tipici di questo tipo di operazione, come l’eccessiva quantità e frammentazione delle storie, che impedisce agli attori di caratterizzare efficacemente i propri personaggi e al contempo la scelta coraggiosa di mettere questi ultimi in secondo piano, in favore di una visione più generale del contesto,  che tende a prediligere il nucleo della storia e il messaggio, al cast e alla profondità dei personaggi che popolano la vicenda.

Al film sembra mancare una propria forte identità, identità che avevano ad esempio film come il Traffic di Soderbergh, qui il regista invece riesce con fatica a collegare tutti i frammenti di vite e la miriade di emozioni in gioco scendendo troppe volte a compromessi con lo standard dei drammi hollywoodiani più commerciali.

Ne esce uno strano ibrido d’autore che a volte affascina e a volte si perde nella spettacolarizzazione ad ogni costo lasciando perplessi, un peccato perchè il tema trattato è importante e tristemente attuale.

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