Caro diario. Omaggio a Dino Risi

di Massimiliano Miano Commenta

Prende il via da oggi, con cadenza settimanale, una nuova rubrica: caro diario. Omaggio a. Un panorama settimanale sulla storia del cinema italiano, nato nel 1903 grazie ai Fratelli Lumière e di conseguenza a case di produzione cinematografiche sorte nei principali capoluoghi come Torino, con la Società Anonima Ambrosio, Aquila Film e la Itala Film, Roma con la Cines, Milano con i meglio attrezzati studi cinematografici dell’epoca, edificati dal produttore Luca Comerio, denominati Milano Film, Napoli con la Partenope Film e Venezia.

Ovviamente un cinema fatto di storie, personaggi, registi, attori senza i quali i fotogrammi del mondo virtuale non avrebbero ragione d’esistere, e si sa, il cinema di casa nostra non è secondo a nessuno, e tale primato lo si deve a chi in tale ambito ha dedicato anima, corpo e passione. A questi personaggi va il nostro pensiero.

“…Già il fatto che si chiamasse “Signore” mi dava un po’ fastidio; penso si possa vivere bene anche senza religione, anzi, meglio!”

Dino Risi, classe 1916, amico e grande collaboratore di Luigi Comencini, Pietro Germi, Nanni Loy ed Ettore Scola. È stato uno dei maggiori interpreti della vera commedia all’italiana.

Inizia la sua gavetta cinematografica come assistente di Mario Soldati per Piccolo mondo antico nel 1940, e in seguito come aiuto di Lattuada in Giacomo l’idealista datato 1943. In quegli anni collabora anche alle sceneggiature dei film Anna, sempre di Lattuada (1952), con Silvana Mangano, Totò e i re di Roma (1952), di Steno e Monicelli e Gli eroi della domenica di Camerini (1953).

La sua opera prima è datata 1946; un cortometraggio dal titolo Barboni, sulla disoccupazione a Milano. A questo fecero seguito altri lavori, tra cui il corto Buio in sala, girato in una Milano con ancora i segni e le macerie della guerra, che racconta la storia di un viaggiatore di commercio impacciato e un po’ depresso che, entrato in un cinema dove si proiettava un film western, ne esce più forte e risoluto.

Il corto, che era costato duecentomila lire, fu venduto a Carlo Ponti per due milioni e il fatto contribuì a rafforzare la vocazione creativa in Risi, che si trasferì a Roma per realizzare il suo primo lungometraggio di finzione: Vacanze col gangster (1952). Nel 1953 realizza Paradiso per tre ore, episodio del film Amore in città (gli altri episodi sono firmati da Antonioni, Fellini e Lattuada), cimentandosi per la prima volta in un genere di cui diventerà specialista per tutto il decennio successivo.

Negli anni Cinquanta Dino Risi fu regista di farse popolaresche alla Pane, Amore e Fantasia, trasferite in città: Pane, Amore e (1955), terzo capitolo della saga iniziata da Comencini, nel quale recita una meravigliosa Loren e che ottiene un grandissimo successo, Poveri ma Belli (1956), schermaglie amorose in un clima estivo con due giovani bulli che corteggiano una sartina e che, scaricati entrambi da questa, si consolano l’uno con la sorella dell’altro. Per questo film Risi scopre dei giovani attori sconosciuti come Renato Salvatori, Maurizio Arena e Marisa Allasio. La formula fu replicata nei due seguiti: Belle ma povere (1957) e Poveri milionari (1959).

Negli anni Sessanta Risi aggiorna la sua comicità ai moduli della commedia di costume e al clima consumista del boom economico. Dalla follia degli italiani medi, Risi estrae delle maschere grottesche, affidate ai “mostri sacri” della commedia italiana, Sordi, Manfredi e Gassman, che attraverso una sequenza di caustiche gag, colloca all’interno di un meccanismo dai risvolti drammatici: Il vedovo (1959); cinica satira di costume con una strepitosa Franca Valeri, Il mattatore (1960); film che vede la definitiva affermazione di Vittorio Gassman in ruoli comici, dopo l’exploit dei Soliti ignoti di Monicelli, ed Una vita difficile (1962):

Un ex-partigiano cerca di farsi largo nel dopoguerra come giornalista dell’opposizione, sposa la contadina (Lea Massari), che lo aiutò a fuggire dai tedeschi, e insieme vivono una vita di stenti e di delusioni, finchè Sordi si piega a fare il tirapiedi di un industriale.

Gli anni ’60 consacrano il cinema di Dino Risi, vari critici lo assimilano a Billy Wilder. Rivoluziona la commedia ne Il sorpasso (1962), la pellicola più indissolubilmente legata al suo nome, antesignana dei road-movie americani, con un cialtronesco ma irresistibile Vittorio Gassman.

Un cinico playboy fannullone, si trascina dietro un giovane timido conosciuto per caso, che poco alla volta si lascia sedurre dalla filosofia di “godersi la vita”; dalla spiaggia al night, dall’autostrada a casa del matto. Un viaggio tutto d’un fiato attraverso una vita senza senso fino al fatidico sorpasso in curva ad alta velocità che causa la morte del ragazzo, dopo appena due giorni di libertà.

Un viaggio che costituisce una specie di kerouachiano “on the road” dell’Italia pigra e balneare, un attacco continuo ai codici morali che trova giustificazione nella filosofia enunciata da Gassman nei rari sprazi di lucidità: infantilismo senile sì, ma anche coscienza dei falsi miti (coscienza in ultima analisi della vanità di tutte le cose). La funzione pedagogica di Gassman nei confronti del piccolo borghese frustrato e nevrotico, il vitalismo radicale (quasi la paura di fermarsi), e il pessimismo di fondo della sua visione sociale segnalano però un’insicurezza di fondo che rende più inquietante questa nuova maschera totalmente negativa.

Gassman è protagonista anche nella Marcia su Roma (1962): due qualunquisti partecipano distrattamente alla Marcia su Roma e riescono rocambolescamente fra gli eroi del Regíme; e nel film I mostri (1963), venti sketch da varietà cinematografica con altrettante macchiette grottesche in altrettante situazioni-tipo, di quegli anni, entrambi con Ugo Tognazzi co-protagonista.

Ed ancora: Il Giovedì (1963); Il Successo (1963), dove un arrivista maniaco del successo perde moglie e amici pur di riuscire a mantenere una lussuosa villa sulla Costa Smeralda, Gaucho (1964), racconto al vetriolo della fallimentare trasferta argentina di un gruppo di scalcagnati cinematografari.

La collaborazione con Gassman è stata sicuramente la più duratura nella carriera di Risi, con ben quindici film in comune.

Negli anni Sessanta Risi si specializza nei film a episodi, dirigendo i più grandi attori italiani, da Nino Manfredi a Monica Vitti, raccontando sempre piccole storie della vita italiana. Risi offre un efficace bozzetto dell’Italia vacanziera ne L’ombrellone (1965), con Enrico Maria Salerno e Sandra Milo, dopodiché lavora con Nino Manfredi e Totò in Operazione San Gennaro (1966), e poi ancora nuovamente con Gassman ne Il tigre (1967) e Il profeta (1968).

Riesce a non far parlare per l’intero film uno stralunato Tognazzi con parrucca alla “Harpo Marx” in Straziami, ma di baci saziami (1968), un altro dei suoi capolavori, tutto giocato sugli stereotipi del facile romanticismo dei fotoromanzi e delle canzonette di Sanremo, e impreziosito dalla efficacissima interpretazione della coppia Manfredi-Tiffin.

Due provinciali, una sartina e un barbiere, non possono sposarsi perchè il padre di lei è contrario e tentano quindi di suicidarsi sotto un treno; fallito il tentativo e morto il crudele genitore, una vecchia pettegola semina zizzania finchè lei lascia il paese e si trasferisce a Roma. Manfredi l’insegue pentito, la cerca da un capo all’altro della città, ma non la trova. Disperato si butta nel Tevere e tale gesto riporta la sartina allo scoperto, ma già sposa di un sarto, per giunta muto. Vinta una somma alla lotteria, Manfredi vince la sua reticenza e la convince a sopprimere il marito; invece nell’attentato questi riacquista voce e udito e per ringraziamento si fa monaco, lasciando via libera ai due amanti.

Nel film a episodi Vedo nudo (1969), Dino Risi affronta il tema della sessualità dopo il Sessantotto, con un Manfredi che si cimenta in ben sette personaggi diversi: sulla stessa falsariga seguiranno Sessomatto (1973), con Giancarlo Giannini e Laura Antonelli, e Sesso e volentieri (1982), con Johnny Dorelli e Gloria Guida.

Nel 1970 realizza La moglie del prete interpretato da Sophia Loren e Marcello Mastroianni; un anno più tardi fotografa i vizi e i difetti degli italiani nel film In nome del popolo italiano (1971), con la sempre affiatata coppia Tognazzi (nel ruolo dell’integerrimo giudice Bonifazi), e Gassman (in quello dell’industriale gaglioffo Santenocito), con grande successo di pubblico e critica.

Passa successivamente al dramma psicologico, con Profumo di donna (1974) e Anima persa (1976), due pellicole straordinarie sul male di vivere, tratte entrambe da romanzi di Giovanni Arpino e interpretate da un perfetto Vittorio Gassman: di Profumo di donna sarà girato anche un remake hollywoodiano, Scent of a Woman, con Al Pacino, diretto da Martin Brest, nel 1992.

Torna a lavorare insieme a Mario Monicelli ed Ettore Scola ne I nuovi mostri (1977), un altro film a episodi, ideale seguito de I mostri di una quindicina di anni prima e La stanza del vescovo (1977) da un libro di Piero Chiara. Dirige Renato Pozzetto in Sono fotogenico (1980) e Lino Banfi ne Il commissario Lo Gatto (1986).

Da ricordare anche Fantasma d’amore (1981), nel quale racconta una nostalgica storia d’amore tra Marcello Mastroianni che rincorre la defunta amante, una straordinaria Romy Schneider, per le strade di Pavia; e Scemo di guerra (1985), con Coluche e Beppe Grillo, tratto dal romanzo di Mario Tobino e ancora, Il deserto della Libia, al quale una ventina d’anni dopo l’amico Monicelli s’ispirerà per il suo ultimo film, Le rose del deserto.

Negli anni ’90 lavora per l’ultima volta con l’amico Gassman in Tolgo il disturbo (1990) e realizza Giovani e belli (1996), un fallimentare remake di Poveri ma belli che resterà purtroppo il suo ultimo film.

Nel 2002 riceve il Leone d’Oro alla carriera, in occasione della 59° Mostra Internazionale del cinema di Venezia e nel 2 giugno del 2004, in occasione delle celebrazioni della Festa della Repubblica, l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.

si spense la mattina del 7 giugno 2008.

«I critici vorrebbero che noi facessimo i film che loro farebbero, se li sapessero fare

Ciao Dino, il cinema, tuo “maestro di vita”, ti rende omaggio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>