Cadillac Records: recensione

di Pietro Ferraro 6

Anni ’50, Stati Uniti, Leonard Chess (Adrien Brody) sta per intraprendere la cerriera di produttore discografico, inconsapevole che il suo futuro lavoro e gli artisti che lancerà nel pulsante e creativo panorama musicale di quegli anni cambieranno la vita a lui, agli artisti in questione e ispireranno negli anni a venire un’intera generazione di artisti.

Sarà il cantante e musicista Muddy Waters (Jeffrey Wright)  il primo su cui Chess punterà, il giovane di colore già suona in un suo locale ed e lì all’incisione di un disco il passo è breve, così la giovane etichetta Chess Records comincia la sua scalata alle classifiche e grazie all’intraprendenza di Chess anche  l’ostracismo per i cantanti di colore man mano viene messo da parte per la conquista di una fetta dui mercato e di un target, quello della nuova generazione rock’n’roll americana, che presto detterà le regole del mercato alla faccia della segregazione razziale.

La Chess Record attirerà nuovi talenti, che orbiteranno al suo interno con il loro carico di carisma, talento, genio musicale e sregolatezza, cosi tra Cadillac, grande musica e vite di cristallo, vedremo ascesa e declino di star come Etta James (Beyoncé Knowles) e nascita di grandi miti come Chuck Berry (Mos Def).

Cadillac Records è un film carico di promesse, musicalmente straripante ed intenso, ma che alla fine dei conti manca della spinta giusta per andare al di là della grande musica per scavare con vigore nei personaggi e scolpirne un’esistenza che va purtroppo poco oltre il didascalismo.

Il cast ce la mette tutta, anzi è chiamato in alcuni casi ad una sorprendente sfida vocale nel ricalcare voci storiche, e tutti se la cavano egregiamente, Adrien Brody fa il suo dovere , ma non dà spessore la suo paterno agente discografico che rimane ai margini di una storia che lo mette ripetutamente in ombra, colpa della sceneggiatura sicuramente, un pò sua forse, visto che non sembra credere abbastanza nella forza di un personaggio che si è cibato fino a star male di un sogno americano ancora nel pieno del suo leggendario vigore.

Un plauso va comunque all’attenta ricostruzione storica  e al rispetto e all’amore per la musica dimostrato dalla regista Darnell Martin che si appassiona nel raccontare un manipolo di pionieri musicali che vivono tra genio e sregolatezze varie e non si può anche in questo caso non complimentarsi con Beyoncé Knowles che con coraggio sceglie il personaggio più sfaccettato e tormentato e lo interpreta con passione dimostrandosi  per l’ennesima volta un talento in costante evoluzione.

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