Being Flynn, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro Commenta

Jonathan Flynn (Robert De Niro) aspirante scrittore e tassista di Boston ha abbandonato la sua famiglia dopo essere finito in prigione per truffa. Suo figlio Nick (Paul Dano) è cresciuto senza una figura paterna stabile ed ha sviluppato un forte rancore verso un padre che lo ha continuamente deluso a cui si è aggiunto un forte senso di colpa per il suicidio della madre (Julianne Moore).

Jonathan è un personaggio borderline facile agli accessi d’ira, un bugiardo cronico che definisce se stesso uno dei più grandi autori americani anche se non gli è stato pubblicato nulla e nessuno ha mai letto o visto il suo capolavoro una vita di cui si vanta sempre.

Paul ha ereditato dal padre una passione per la scrittura che gli serve come valvola di sfogo per le sue molteplici frustrazioni, fino a quando un bel giorno il padre rientra nella sua vita con una telefonata in cui gli chiede aiuto per un trasloco. Da quel momento in poi i due riprenderenno i contatti, tra pochi alti e troppi bassi il loro rapporto attraverserà fasi critiche che risveglieranno in entrambi un dolore e un male di vivere solo sopiti, frangenti estremi che spingeranno Paul a stordirsi con la droga e il padre a vivere per strada e sconfinare nella malattia mentale.

I due finiranno per incrociarsi in un rifugio per senzatetto in cui Paul lavora e in cui Jonathan è costretto a dormire per non finire morto assiderato su qualche panchina. La convivenza acuirà il conflitto, la rabbia verrà a galla e i due finiranno per sfogare l’uno sull’altro un’immensa frustrazione risultato di vite alla deriva e affetti latitanti.

Il regista Paul Weitz (American Pie) dopo diverse incursioni nella comedy, genere in cui si è specializzato, si cimenta per la prima volta con un dramma a tutto tondo adattando il libro di memorie Another Bullshit Night in Suck City dello scrittore e poeta Nick Flynn, apportandovi una sana dose di quel sarcasmo che ha contraddistinto i suoi due lavori più riusciti e graffianti: American Dreamz e In Good Company.

Paul Dano si rivela un talento in crescita esponenziale, il recitare al fianco di un mostro sacro come De Niro ne accentua in positivo l’intensità e una recitazione tutta puntata all’interiorizzazione che in questo caso funziona a dovere nella caratterizzazione di un personaggio tanto tormentato quanto affettivamente introverso.

De Niro, a cui in questi ultimi anni non sono mancati ruoli opachi e non all’altezza del suo eclettismo, indossa il suo personaggio alla stregua di un vecchio cappotto sdrucito. liso dalla vita, a cui si ci si affeziona e da cui è difficile separarsi, parte che gli permette di cimentarsi nella miglior performance degli ultimi dieci anni.

L’istrionismo dell’attore lasciato a ruota libera può contare su un carisma innato che gli permette di uscire indenne anche da momenti estremi e particolarmente enfatici, non semplici da approcciare a livello di recitazione, consigliamo ove fosse possibile di visionare il film in lingua originale per meglio apprezzare le sfumature borderline donate da De Niro al suo personaggio.

Being Flynn è un film orgogliosamente indipendente e fortemente letterario nel suo approccio alla narrazione e Weitz dimostra di essere in grado di poter maneggiare materiale emotivo che va oltre il farsesco. L’adattamento di Weitz si rivela un’opera gradevolmente imperfetta, come peraltro lo sono i suoi personaggi emotivamente alla deriva e come lo è inevitabilmente la vita di tutti i giorni.

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Note di produzione: nel cast figurano anche Olivia Thirlby e Lili Taylor, il film è stato co-prodotto dalla TriBeCa Productions di Robert De Niro; la colonna sonora è stata curata dal cantautore britannico Damon Gough alias Badly Drawn Boy; il titolo della pellicola in origine doveva essere quello del libro da cui è stata tratta: Another Bullshit Night in Suck City.

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